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Il Signore ti dia pace!

Ciccio

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Festa di Sant'Antonio di Padova

Programma Religioso

lunedì 12 giugno

 il giglio della festa

 al termine della tredicina ci sarà l’affidamento dei bambini a Sant’Antonio, la benedizione dei gigli e della tradizionale Pesca di Beneficenza (Lotteria di S. Antonio), allestita, come sempre, nel salone “S. Elisabetta d’Ungheria”.

Ratzinger: è meglio tacere ed essere, che dire e non essere

Il testo, a firma di Benedetto XVI, che comparirà come postfazione nel libro del cardinale Robert Sarah, «La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore» (Fayard, Parigi 2017). Il volume sarà edito anche in lingua italiana da Cantagalli e in lingua tedesca da Femedienverlags

La traduzione dell'edizione Cantagalli che pubblichiamo qui di seguito è stata fatta dal testo manoscritto di Benedetto XVI in tedesco 

Da quando, negli anni Cinquanta, lessi per la prima volta le Lettere di sant’Ignazio di Antiochia, mi è rimasto particolarmente impresso un passo della sua Lettera agli Efesini: «È meglio rimanere in silenzio ed essere, che dire e non essere. È bello insegnare se si fa ciò che si dice. Uno solo è il Maestro che ha detto e ha fatto, e ciò che ha fatto rimanendo in silenzio è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può percepire anche il suo silenzio, così da essere perfetto, così da operare tramite la sua parola ed essere conosciuto per mezzo del suo rimanere in silenzio» (15, 1s.). 

Che significa percepire il silenzio di Gesù e riconoscerlo per mezzo del suo rimanere in silenzio? Dai Vangeli sappiamo che Gesù di continuo ha vissuto le notti da solo «sul monte» a pregare, in dialogo con il Padre. Sappiamo che il suo parlare, la sua parola proviene dal rimanere in silenzio e che solo in esso poteva maturare. È illuminante perciò il fatto che la sua parola possa essere compresa nel modo giusto solo se si entra anche nel suo silenzio; solo se s’impara ad ascoltarla a partire dal suo rimanere in silenzio. 

Certo, per interpretare le parole di Gesù è necessaria una competenza storica che ci insegni a capire il tempo e il linguaggio di allora. Ma solo questo, in ogni caso, non basta per cogliere veramente il messaggio del Signore in tutta la sua profondità. Chi oggi legge i commenti ai Vangeli, diventati sempre più voluminosi, alla fine rimane deluso. Apprende molte cose utili sul passato, e molte ipotesi, che però alla fine non favoriscono per nulla la comprensione del testo. Alla fine si ha la sensazione che a quel sovrappiù di parole manchi qualcosa di essenziale: l’entrare nel silenzio di Gesù dal quale nasce la sua parola. Se non riusciremo a entrare in questo silenzio, anche la parola l’ascolteremo sempre solo superficialmente e così non la comprenderemo veramente. 

Tutti questi pensieri mi hanno di nuovo attraversato l’anima leggendo il nuovo libro del cardinale Robert Sarah. Egli ci insegna il silenzio: il rimanere in silenzio insieme a Gesù, il vero silenzio interiore, e proprio così ci aiuta anche a comprendere in modo nuovo la parola del Signore. Naturalmente egli parla poco o nulla di sè, e tuttavia ogni tanto ci permette di gettare uno sguardo sulla sua vita interiore. A Nicolas Diat che gli chiede: «Nella sua vita a volte ha pensato che le parole diventano troppo fastidiose, troppo pesanti, troppo rumorose?», egli risponde: «... Quando prego e nella mia vita interiore spesso ho sentito l’esigenza di un silenzio più profondo e più completo... I giorni passati nel silenzio, nella solitudine e nel digiuno assoluto sono stati di grande aiuto. Sono stati una grazia incredibile, una lenta purificazione, un incontro personale con Dio... I giorni nel silenzio, nella solitudine e nel digiuno, con la Parola di Dio quale unico nutrimento, permettono all’uomo di orientare la sua vita all’essenziale» (risposta n. 134, p.156). In queste righe appare la fonte di vita del Cardinale che conferisce alla sua parola profondità interiore. È questa la base che poi gli permette di riconoscere i pericoli che minacciano continuamente la vita spirituale proprio anche dei sacerdoti e dei vescovi, minacciando così la Chiesa stessa, nella quale al posto della Parola nient’affatto di rado subentra una verbosità in cui si dissolve la grandezza della Parola. Vorrei citare una sola frase che può essere origine di un esame di coscienza per ogni vescovo: «Può accadere che un sacerdote buono e pio, una volta elevato alla dignità episcopale, cada presto nella mediocrità e nella preoccupazione per le cose temporali. Gravato in tal modo dal peso degli uffici a lui affidati, mosso dall’ansia di piacere, preoccupato per il suo potere, la sua autorità e le necessità materiali del suo ufficio, a poco a poco si sfinisce» (risposta n. 15, p. 19). 

Il cardinale Sarah è un maestro dello spirito che parla a partire dal profondo rimanere in silenzio insieme al Signore, a partire dalla profonda unità con lui, e così ha veramente qualcosa da dire a ognuno di noi. 

Dobbiamo essere grati a Papa Francesco di avere posto un tale maestro dello spirito alla testa della Congregazione che è responsabile della celebrazione della Liturgia nella Chiesa. Anche per la Liturgia, come per l’interpretazione della Sacra Scrittura, è necessaria una competenza specifica. E tuttavia vale anche per la Liturgia che la conoscenza specialistica alla fine può ignorare l’essenziale, se non si fonda sul profondo e interiore essere una cosa sola con la Chiesa orante, che impara sempre di nuovo dal Signore stesso cosa sia il culto. Con il cardinale Sarah, un maestro del silenzio e della preghiera interiore, la Liturgia è in buone mani. 

Città del Vaticano, nella settimana di Pasqua 2017 

Copyright della Libreria Editrice vaticana  

Traduzione di Pierluca Azzaro - Fondazione vaticana Joseph Ratzinger Benedetto XVI; revisione di Lorenzo Cappelletti - Cantagalli 

Il biblista. Don Fabio Rosini: «Cari giovani, saper pregare è la via della felicità»

Siamo nel cuore di Roma. Dalle finestre della chiesa delle Santissime Stimmate di San Francesco osserviamo in silenzio largo Argentina. C’è il sole. Siamo qui per incontrare don Fabio Rosini e per trovare una risposta a tante domande. Perché questo sacerdote severo, ma anche pieno di umanità, è da anni un punto di riferimento per tanti ragazzi della capitale? Perché le sue catechesi sono così partecipate, così apprezzate, così “contagiose”? Perché il suo primo libro, Solo l’amore crea, resta in testa alle classifiche da settimane senza nessuna vera promozione? Don Fabio non ama le interviste. Teme di non essere capito. Di apparire diverso da quello che è. Noi apriamo il suo libro e leggiamo una paginetta scritta in corsivo. È la dedica alla mamma e al papà che non ci sono più. «... Da loro ho avuto tante buone certezze, i migliori insegnamenti, eppure con loro sono stato ignorante e cattivo, li ho addolorati, offesi e spazientiti. Ma nessuno ha pregato per me più di loro. I conti non tornano». Quelle ultime quattro parole ci fanno pensare. «È così, i conti non tornano. Quello che faccio per Gesù Cristo è nulla rispetto a quello che Gesù Cristo fa per me». Ancora una pausa leggera. «Penso sempre all’oceano di generosità che Lui mi regala ogni giorno». Per qualche secondo gli occhi del sacerdote si fermano su un crocifisso. Era sul letto dei suoi genitori. «Papà, ordinario di fisica dell’atmosfera alla Sapienza. Era un uomo limpido, giusto. Mamma, con i suoi difetti, mi ha insegnato la forza della misericordia. E poi mi ha regalato la vocazione al sacerdozio».

 

Ci racconta quel “regalo”?

«Ero un diciasettenne con le asprezze di tanti diciassettenni. Ero arrabbiato. Qualche volta aggressivo. Un giorno passai il limite e umiliai mamma, davanti ad altre persone, con un disprezzo arrogante. Lasciò Roma disperata e si rifugiò in un paesino delle Marche. Passò ore nella cappellina dei frati cappuccini proprio accanto al cimitero. Pregò da sola. In silenzio, con le lacrime agli occhi, davanti all’immagine di Maria. Vede, ancora una volta, i conti non tornano: alla mia cattiveria, lei risposte con la sua umanità. Sette anni dopo, mentre partivo missionario per la Thailandia, mi raccontò la preghiera di quel giorno: «Sapevo che finiva così, sapevo che il Signore ti prendeva».

Chi è don Fabio Rosini?

«Ho sempre nella testa il ritratto che mi fece una mia collaboratrice. “Fabio, tu sei semplice quando parli perché sei complicato dentro”. È un po’ così: capisco le persone perché ho tante debolezze, tanti bivii aperti sul rettilineo. Sono un uomo molto debole, ma anche molto fortunato».

Fortunato?

«Sì, fortunato perché ho un alleato incredibile. Ho Lui al mio fianco. Guardo Cristo Crocifisso e scopro che per Lui valgo più della sua vita. Qualche volta uso un’immagine facile per farmi capire. Se San Marino dichiara guerra all’Italia ci facciamo una gran risata, ma se prima San Marino si allea con gli Stati Uniti non ridiamo più... Le grandi opere si fanno insieme a Dio, con il suo sostegno, con il suo sorriso. Da soli riusciamo a fare cose piccole, cose mediocri, cose destinate a non durare».

Lo dica con altre parole.

«Noi abbiamo potenzialità meravigliose se partiamo da quanto Dio ci vuole bene. Se partiamo da noi stessi siamo una delusione».

Che cos’è la preghiera?

«È l’alleanza che facciamo con Dio prima di andare a combattere. E l’alleato insieme al quale combattiamo».

Questa società sa pregare?

«Troppo spesso no. Troppo spesso è autoreferenziale, è ossessionata dal proprio ego. Spesso non centriamo il punto: pensiamo che il Cristianesimo sia una somma di regole e invece il Cristianesimo è una relazione. È innamorarsi di qualcuno. È un dialogo. Dio non è norma, è Padre».

Che vuol dire «sono un uomo debole»?

«So molto bene che mi manca tanto per essere quel prete che potrei e dovrei essere; in molte cose sono debitore - verso le persone che devo servire - di un amore maggiore, di un’attenzione molto più profonda, di una carità molto più vera».

Nell’estate del 1993 comincia quell’esperienza di catechesi per i giovani che va sotto il nome dei 10 comandamenti. Di che si tratta?

«Non c’è un’appartenenza. È un’esperienza di riconciliazione con Dio. Vera, profonda, contagiosa. La Verità è il perno. Tanti di quelli che fanno questo percorso mi dicono che la vita ha due parti: prima e dopo i 10 Comandamenti».

E com’è il prima e com’è il dopo?

«Prima è una vita a casaccio. Dopo una vita piena, dove si comincia a distinguere la luce dal buio. Si esce resettati. È come un’analisi del sangue: si capisce come si sta messi davvero».

Ma perché questa esperienza cambia la vita? Perché oggi è in ottanta diocesi in Italia e anche all’estero?

«Perché la gente non deve mai andare via da una Chiesa senza le tasche piene di speranza».

I giovani scommettono su don Fabio, ma lei scommette sui giovani?

«Credo nei giovani. Mi fido dei giovani. Perché sono fragili e poveri. Non hanno più punti di riferimento come nel passato e hanno fame di Gesù Cristo e di misericordia».

Ma sono o no superficiali?

«È una assurdità, una menzogna. I giovani hanno una bellezza interna strepitosa, basta dare loro una chance. Hanno una straordinaria voglia di vivere, ma va concessa l’opportunità di esprimersi dandogli credito. Se viene fatto questo loro volano».

Ma questo troppo spesso non viene fatto.

«È difficile per i giovani sopravvivere ad un mondo ambiguo, poco protettivo, scoraggiante. I ragazzi oggi non vengono curati, formati, aiutati, accolti, compresi, capiti. Penso poi alle vocazioni. Il problema non è che manchino i pesci da pescare, è l’acqua che manca. È un luogo dove prendere sul serio la vita dei ragazzi, dargli dignità, sostanza. Dare loro il diritto alla bellezza».

Che cosa fa soffrire? «Non è il corpo, è il cuore. Non è il dolore, è il non senso. Non è l’amore, è la solitudine».

E che cosa rende felici?

«Amare e lasciarci amare».

Amare non è facile.

«Se voglio fare cose mediocri basto io, se voglio vivacchiare basto io; ma se voglio amare non basto io. La Misericordia di Dio cerca la nostra povertà e la ama. E la nostra povertà, una volta amata, diventa Misericordia».

 

Sono passate quasi due ore da quando siamo entrati nella chiesa. Fuori c’è ancora il sole. Mentre scendiamo le scale ed entriamo in chiesa parliamo, per qualche minuto, del libro. Rileggiamo il titolo: Solo l’amore crea. Ci fermiamo sul sottotitolo: Le opere di misericordia spirituale. «Ho scritto davanti al Santissimo nella mia rettoria. Tante volte piangendo. Facendomi male. Lasciandomi inondare dalla tenerezza di Dio. Lasciandomi guidare su come si fa a spiegare un concetto. Ho voluto fare un viaggio da un contenuto al mio stesso cuore », ci ripete il sacerdote. Vogliamo capire ancora. Perché quel titolo? «Sono parole di san Massimiliano Kolbe prima di essere ucciso ad Auschwitz. Solo l’Amore crea, solo l’amore dà forma meravigliosa a tutto ciò che compiamo». E perché la decisione di scrivere? «Perché il Cristianesimo troppo spesso appare brutto e invece va mostrato in tutta la sua bellezza. Perché Dio ci cerca nella nostra povertà e troppe volte non ce ne rendiamo conto».

 

Le opere di misericordia

Un libro significativamente uscito a conclusione dell’Anno Santo, di cui raccoglie numerosi spunti significativi a futura memoria. Solo l’amore crea. Le opere di misericordia spirituale (San Paolo, pp. 208, euro 9,90) è il primo libro di don Fabio Rosini, frutto di una lunga esperienza pastorale, che lo ha portato a diventare uno dei sacerdoti più amati della capitale. Il saggio di don Rosini, 55 anni, biblista, direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma, titolare di una rubrica di commento al Vangelo su Radio Vaticana, già cappellano alla Rai, è noto soprattutto per le catechesi dei Dieci Comandamenti e dei Sette Segni, che porta avanti dal 1993, per mezzo delle quali ha aiutato molti giovani a ritrovare la fede o a scoprire una vocazione sacerdotale o religiosa. Tra le tante catechesi tenute da Rosini durante il Giubileo, un ciclo è stato dedicato proprio alle opere di misericordia, che hanno costituito la base per il suo saggio, accompagnato dalla prefazione di monsignor Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna (fino a un anno fa vescovo ausiliare di Roma).

fonte: Avvenire

Il confessionale non è una tintoria, serve la vergogna del peccato

Essere perdonati e perdonare: un mistero difficile da capire. Servono preghiera, pentimento e vergogna. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha ribadito l’importanza di essere coscienti della meraviglia che Dio compie in noi con la sua misericordia, per poterla poi esercitare con gli altri e ha messo in guardia dall'ipocrisia di "rubare un finto perdono" nel confessionale.

Il perdono è un “mistero difficile da capire”. Il Papa svolge la sua omelia ripercorrendo la Parola del giorno con cui, dice, la Chiesa ci fa “entrare in questo mistero”, la grande “opera di misericordia di Dio”.

La grazia della vergogna, primo passo verso il mistero del perdono
E il “primo passo”, spiega Francesco, è la “vergogna” dei propri peccati, una “grazia” che non possiamo “ottenere da soli”. E’ capace di provarla il “popolo di Dio” triste e umiliato dalle sue colpe, come narra nella prima Lettura il profeta Daniele; mentre il protagonista del Vangelo di oggi non riesce a farlo. Si tratta del servo che il padrone perdona nonostante i grandi debiti, ma che a sua volta poi è incapace di perdonare i suoi debitori. “Non ha capito il mistero del perdono”, sottolinea Francesco, riportando i fedeli alla quotidianità: “Se io domando: ‘Ma tutti voi siete peccatori?’ – ‘Sì, padre, tutti’ –‘E per avere il perdono dei peccati?’- ‘Ci confessiamo’ – ‘E come vai a confessarti?’- ‘Ma, io vado, dico i miei peccati, il prete mi perdona, mi dà tre Ave Maria da pregare e poi torno in pace’. Tu non hai capito! Tu soltanto sei andato al confessionale a fare un’operazione bancaria a fare una pratica di ufficio. Tu non sei andato vergognato lì di quello che hai fatto. Hai visto alcune macchie nella tua coscienza e hai sbagliato perché hai creduto che il confessionale fosse una tintoria per chiudere le macchie. Sei stato incapace di vergognarti dei tuoi peccati”

Nel confessionale non rubare un perdono finto, ma essere coscienti della misericordia divina 
Dunque il perdono ricevuto da Dio, la “meraviglia che ha fatto nel tuo cuore” prosegue il Papa, deve poter “entrare nella coscienza”, altrimenti “esci, trovi un amico, un’amica e incominci a sparlare di un altro, e continui a peccare”. ”Soltanto io posso perdonare se mi sento perdonato”: “Se tu non hai coscienza di essere perdonato mai potrai perdonare, mai. Sempre c’è quell’atteggiamento di voler fare i conti con gli altri. Il perdono è totale. Ma soltanto si può fare quando io sento il mio peccato, mi vergogno, ho vergogna e chiedo il perdono a Dio e mi sento perdonato dal Padre e così posso perdonare. Se no, non si può perdonare, ne siamo incapaci. Per questo il perdono è un mistero”.

Il servo, protagonista del Vangelo, sottolinea ancora il Papa, ha la sensazione di “essersela cavata”, di essere stato “furbo”, invece non ha capito la "generosità del padrone". E quante volte, afferma Francesco, "uscendo dal confessionale sentiamo questo, sentiamo che ce la siamo cavata", questo non è ricevere il perdono, rimarca, ma è "l’ipocrisia di rubare un perdono, un perdono finto”:

Perdonare sempre e con generosità
“Chiediamo oggi al Signore la grazia di capire questo ‘settanta volte sette’. Chiediamo la grazia della vergogna davanti a Dio. E’ una grande grazia! Vergognarsi dei propri peccati e così ricevere il perdono e la grazia della generosità di darlo agli altri perché se il Signore mi ha perdonato tanto, chi sono io per non perdonare?”.

fonte: Avvenire

 

Papa Francesco: la risurrezione è una realtà certa

"La nostra risurrezione e quella dei cari defunti non è una cosa che potrà avvenire oppure no, ma è una realtà certa, in quanto radicata nell'evento della risurrezione di Cristo". Sono queste le parole di Papa Francesco, pronunciate nella catechesi all'Udienza Generale di oggi. "Ogni volta che ci troviamo di fronte alla nostra morte, o a quella di una persona cara, sentiamo - ha rilevato - che la nostra fede viene messa alla prova"."Tutti abbiamo un pò di paura della morte, un uomo anziano mi ha detto: non ho paura della morte, ho un pò di paura di vederla venire", ha raccontato Francesco ai fedeli che gremivano l'Aula Nervi. "Davanti alla morte emergono - ha osservato - tutti i nostri dubbi, tutta la nostra fragilità, e ci chiediamo: 'Davvero ci sarà la vita dopo la morte? Potrò ancora vedere e riabbracciare le persone che ho amato?'. Questa domanda me l'ha fatta una signora durante un'udienza".

Papa Francesco: la speranza cristiana è qualcosa che è, non qualcosa che vogliamo

"Si dice - ha continuato Papa Francesco -'spero che domani faccia bel tempo', ma sappiamo che il giorno dopo può fare brutto tempo". Invece la speranza cristiana si basa sulla certezza che si realizzi: "C'è - ha esemplificato indicando la fine dell'Aula - la porta lì. Cosa debbo fare? Camminare verso la porta". In merito, il Pontefice ha citato il testo più antico del Nuovo Testamento, la Lettera di Paolo ai Tessalonicesi che spiega: "Dopo la morte per sempre saremo con il Signore. Gesù è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui". Secondo Francesco "queste parole sono sempre motivo di grande consolazione e di pace". "Anche noi, nel contesto attuale, abbiamo bisogno - ha scandito - di ritornare alla radice e alle fondamenta della nostra fede, così da prendere coscienza di quanto Dio ha operato per noi in Cristo Gesù". La speranza cristiana, insomma, è in "qualcosa che è, non in qualcosa che io voglia che sia". "Chiediamo allora al Signore - ha esortato infine - di educare il nostro cuore alla speranza nella risurrezione, cosìche possiamo imparare a vivere nell'attesa certa dell'incontro con Lui e con tutti i nostri cari".

Imparare la speranza dalle donne incinte e dai poveri

Quando una donna si accorge che è incinta, ogni giorno impara a vivere nell'attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Anche noi: dobbiamo imparare di queste attese umane e vivere nell'attesa di guardare il Signore, di trovare il Signore. E questo non è facile, ma si impara". Papa Francesco ha aggiunto a braccio queste parole alla catechesi preparata per l'Udienza Generale di oggi. "Questo però - ha spiegato - implica un cuore umile, povero. Solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sè e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in sè stesso". "Noi cristiani siamo uomini e donne di speranza", ma "quando si parla di speranza, possiamo essere portati - ha osservato il Papa - ad intenderla secondo l'accezione comune del termine, vale a dire in riferimento a qualcosa di bello che desideriamo, ma che può realizzarsi oppure no... La speranza cristiana non è così. La speranza cristiana è l'attesa di qualcosa che già è stato compiuto e che certamente si realizzerà per ciascuno di noi". "Sperare quindi - ha concluso il Papa - significa imparare a vivere nell'attesa".

Il Papa ai fedeli del Medio Oriente: non lasciatevi rubare la speranza

"Cari fratelli e sorelle, la speranza cristiana è una virtù umile e forte che ci sostiene e non ci fa annegare nelle tante difficoltà della vita; essa è fonte di gioia e dà pace al nostro cuore. Non lasciatevi rubare la speranza! Il Signore vi benedica!". Papa Francesco si è rivolto così in Aula Nervi "ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente".

fonte: Avvenire

«La vita cristiana è lotta quotidiana contro le tentazioni»

Gesù e la folla. Nella Messa a Santa Marta, Papa Francesco si è soffermato sul brano del Vangelo del giorno che narra della grande folla che seguiva Gesù con entusiasmo e che veniva da tutte le parti. Lo scrive Alessandro Gisotti di Radio Vaticana. “Perché veniva questa folla?”, si domanda il Papa. Il Vangelo racconta che c’erano “ammalati che cercavano di guarire”. Ma c’erano anche persone a cui piaceva “sentire Gesù, perché parlava non come i loro dottori, ma parlava con autorità” e “questo toccava il cuore”. Questa folla “veniva spontaneamente”, ha commentato con amara ironia, “non la portavano nei bus, come abbiamo visto tante volte quando si organizzano manifestazioni e tanti devono andare lì per ‘verificare’ la presenza, per non perdere poi il posto di lavoro”.

Presentato il libro "O Meravigliato" di Padre Filippo Lucarelli

Mercoledì 4 gennaio 2017 nella Chiesa Madre di San Bartolomeo in Galdo è stato presentato alla comunità il libro di Padre Filippo Lucarelli: 'O Meravigliato.

Sono intervenuti il Sub-Commissario Prefettizio Dott. Fiorentino Boniello, il nostro parroco Mons. Franco Iampietro, il Presidente dei Frati Minori d’Europa M.R.P. Sabino Iannuzzi,  con la preziosa moderazione del giornalista Celestino Agostinelli.

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