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Il Signore ti dia pace!

Ciccio

Ciccio

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Ecco il vero san Francesco, oltre il mito

Nos, qui cum eo fuimus. «Noi, che fummo con lui». È una semplice asserzione, una constatazione. Ma può suonare dura come un’accusa, sonora come una protesta; o semplice, dolce come un ricordo accorato. Anni fa un grande studioso purtroppo scomparso, Raoul Manselli, dedicò a quella pericope uno studio attento, mostrandone l’intenso valore e il profondo significato. Erano i discepoli più stretti di Francesco, quelli che gli erano stati più vicini, a replicare così dal loro appartato esilio, con la loro diretta testimonianza, alle ricostruzioni agiografiche volute dai vertici dell’Ordine e compilate da frati che al Povero d’Assisi si erano aggregati abbastanza tardi, che lo avevano visto da lontano e che, quando si era trattato d’interpretarlo, avevano accolto le direttive dei loro capi e quindi del cardinale protettore dei Fratres Minores, Ugo d’Ostia, divenuto presto papa Gregorio IX. Senza peraltro soddisfare granché quell’energico prelato, poi terribile pontefice.

Il racconto agiografico ancor oggi più noto a proposito di Francesco è la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, dotto e autorevole ministro generale dell’Ordine, professore a Parigi e quindi cardinale. Desideroso di "normalizzare" la figura di Francesco, riguardo al quale si raccontavano molte cose – e già il primo biografo, Tommaso da Celano, aveva dovuto riscrivere la sua Vita cercando di adeguarla a quanto si andava dicendo –, Bonaventura ordinò nel capitolo di Parigi del 1266 che tutti gli scritti che narravano la vita del Povero d’Assisi venissero accuratamente scovati e distrutti, dovunque si trovassero: e che da allora in poi Francesco fosse solamente quello descritto "normalizzato" dall’opera che egli aveva redatto. Un lungo oblìo, tuttavia attraversato da fremiti e sussulti, avvolse da allora in poi le voci differenti dalla pagina normativa del grande teologo. L’ordine del quale fu peraltro, come c’era da aspettarsi, nascostamente disatteso.

 

Attribuito a Jan van Eyck, San Francesco riceve le stimmate, particolare, 1395-1401 (WikiCommons)
 

 

Ma a partire dal 1890 il pastore calvinista Paul Sabatier, allievo di Ernest Renan, intraprese una lenta, paziente opera di restauro di quel ch’era stato perduto, disperso, nascosto o negato. Ne nacque la “questione francescana”, che ancor oggi appare senza fine e ch’è tuttora anzitutto ricostruzione di voci soffocate, di carte distrutte, di una verità che pure si era già voluta affermare ventidue anni prima della funesta decisione di Bonaventura, quando nel 1244 frate Leone, segretario e confessore di Francesco, aveva inviato al ministro generale Crescenzio da Iesi la sua “lettera di Greccio”. Da allora, prima del ’66 – o, secondo altri, immediatamente dopo – i vecchi compagni di Francesco dettero voce, nelle opere note come Compilazione di Assisi e Leggenda dei tre compagni, ai loro ricordi. il Francesco che ne usciva era diverso da quello voluto e descritto dal dotto teologo impariginato: non era affatto il fraticello ingenuo e semplice l’immagine del quale avrebbe tuttavia prevalso e che ancor oggi va ostinatamente per la maggiore.

Ma i testimoni emarginati e quasi ridotti al silenzio affermavano qualcosa d’altro: «noi che fummo con lui», «noi che fummo con lui»… Ne emergeva un Francesco diverso, una guida colta ed energica dei suoi, un fratello affettuoso eppure pieno di rigore, un amico e un compagno di lavoro che sapeva comandare e correggere, ma anche comprendere e perdonare.

Quest’“altro” Francesco emerge ora in un libro limpido, pieno d’intensità e di coraggio quanto spoglio di sussiego accademico e di preoccupazioni erudite. In Francesco d’Assisi. La storia negata (Laterza, pp. 228, euro 16), Chiara Mercuri accoglie in modo libero e originale la lezione impartitaci da Arsenio Frugoni nel suo saggio su Arnaldo da Brescia: seguire le varie fonti su un evento o un personaggio una per una, coglierne attentamente la voce specifica anziché mischiarla arbitrariamente con altre per mettere insieme un patchwork che sembri dare un’immagine coerente e unitaria. Solo da un confronto tra testimonianze vagliate una per una con cura può nascere un giudizio sulla loro diversità o complementarità, insomma sulla loro compatibilità. Ma quel che interessa l’Autrice è l’immagine del Padre nella memoria e nell’affetto di quei suoi appartati compagni. Con la scommessa che sia quello più fedele alla verità.

 

Caravaggio, San Francesco d'Assisi, particolare, 1606 circa (WikiCommons)

Otto capitoli corredati da poche note, tutte rigorosamente ed esclusivamente ispirate alle fonti originali; nessuna opera di critica moderna citata, per quanto si avverta senz’ombra di dubbio quanto molte di esse siano ben presenti all’autrice. Una caccia serrata, a tratti affannosa e incalzante eppure serena, alla ricerca di un personaggio evidentemente a lungo non solo studiato ma anche – ebbene, sì – amato. Frate Francesco, che si è battuto per affermare il suo diritto alla libertà e alla povertà, il suo diritto a seguire nudo il Cristo nudo. E Chiara, della quale qui si ribadisce l’energia e l’originalità, la chiarezza e la profondità con le quali ha compreso il suo insegnamento e l’ha fedelmente seguito.

Un consiglio sperimentale. Fate pulizia di qualunque altra cosa abbiate letto e imparato a proposito di Francesco e sforzatevi di recuperarlo fresco e pulito, libero dalle incrostazioni erudite e dalle preoccupazioni dotte, così come ce lo hanno voluto tramandare dal loro emarginato recesso coloro che furono con lui. Non profanate queste nitide pagine con il faticoso untume della critica accademica. Qui si rende un omaggio leale a uomini che hanno vissuto la loro fede seguendo un altro uomo nel quale hanno creduto e l’immagine del quale hanno voluto tramandare intatta a chi non lo ha conosciuto. Come dice Chiara Mercuri, «una lampada resiste accesa». E non è poco, quando scende la notte.

fonte: Avvenire

Camminare insieme, lettera pastorale dell'Arcivescovo Accrocca

Carissimi fratelli e figli, vorrei, con questa mia lettera, raggiungere ognuno di voi; vorrei pure che essa non avesse nulla di convenzionale e che in modo non convenzionale fosse recepita. Chiedo troppo? Quel che desidero è di meglio esplicitare un pensiero enucleato già il 12 giugno scorso, al mio ingresso in diocesi. In quell'occasione, infatti, chiedevo a tutti voi di contribuire a una crescita reciproca, che si realizzerà “solo nell'unità di tutto il corpo ecclesiale”; un'unità da perseguire “non mortificando le differenze, ma valorizzandole nella comunione: camminando da soli, in ordine sparso, non andremmo lontano; serrando i ranghi in piccoli gruppi rischieremmo di scadere in dannose consorterie; dilaniandoci a vicenda faremmo il gioco dell'avversario, di colui che chiamiamo diavolo e satana (Ap 12, 9). Realizzando tante opere e iniziative potremmo forse dare l'immagine di una Chiesa efficiente, ma solo facendo un'autentica esperienza di comunione riusciremo davvero a essere una Chiesa efficace”.

Il cristiano sia sempre in cammino per fare il bene

I cristiani sentano sempre il bisogno di essere perdonati e siano in cammino verso l’incontro con Dio. È quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha tracciato un ritratto del buon cristiano che, ha detto, deve sempre sentire su di sé la benedizione del Signore e andare avanti per fare il bene.

“Il cristiano è benedetto dal Padre, da Dio”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia muovendo dal passo della Lettera di Paolo agli Efesini, contenuto nella Prima Lettura di oggi. Quindi, si è soffermato su quali siano i “tratti di questa benedizione” per un cristiano. Innanzitutto, ha osservato, “il cristiano è una persona scelta”.

Il Padre ci ha scelti uno ad uno, ci vuole bene e ci ha dato un nome

Dio ci chiama uno ad uno, “non come una moltitudine oceanica”. Noi, ha ribadito, siamo stati scelti, aspettati dal Padre: “Pensiamo ad una coppia, quando aspetta un bambino: ‘Come sarà? E come sarà il suo sorriso? E come parlerà?’ Ma io oso dire che anche noi, ognuno di noi, è stato sognato dal Padre come un papà e una mamma sognano il figlio che aspettano. E questo ti dà una sicurezza grande. Il Padre ha voluto te, non la massa di gente, no: te, te, te. Ognuno di noi. E’ il fondamento, è la base del nostro rapporto con Dio. Noi parliamo ad un Padre che ci vuole bene, che ci ha scelti, che ci ha dato un nome”.
Si capisce, ha detto ancora, quando un cristiano “non si sente scelto dal Padre”. Quando invece si sente di appartenere ad una comunità, rileva il Papa, “è come un tifoso di una squadra di calcio”. “Il tifoso – ha commentato – sceglie la squadra e appartiene alla squadra di calcio”.
 
Il vero cristiano sente sempre di aver bisogno del perdono di Dio
Il cristiano, dunque, “è uno scelto, è un sognato da Dio”. E quando viviamo così, ha soggiunto, “sentiamo nel cuore una grande consolazione”, non ci sentiamo “abbandonati”, non ci viene detto “arrangiati come puoi”. Il secondo tratto della benedizione del cristiano è il sentirsi perdonati. “Un uomo o una donna che non si sente perdonato”, ha ammonito, non è pienamente “cristiano”:
“Tutti noi siamo stati perdonati col prezzo del sangue di Cristo. Ma di che cosa io sono stato perdonato? Ma fa un po’ di memoria e ricorda un po’ le cose brutte che tu hai fatto, non quelle che ha fatto il tuo amico, il tuo vicino, la tua vicina: le tue. ‘Che cosa brutta io ho fatto nella vita?’ Il Signore ha perdonato queste cose. Ecco, sono benedetto, sono cristiano. Cioè, primo tratto: sono scelto, sognato da Dio, con un nome che Dio mi ha dato, amato da Dio. Secondo tratto: perdonato da Dio”.
 
Il cristiano non è mai fermo, ma sempre in cammino per fare il bene
Terzo tratto, ha proseguito Francesco: il cristiano “è un uomo e una donna in cammino verso la pienezza, verso l’incontro col Cristo che ci ha redento”: “Non si può capire un cristiano fermo. Il cristiano sempre deve andare avanti, deve camminare. Il cristiano fermo è quell’uomo che aveva ricevuto il talento e per paura della vita, per paura di perderlo, per paura del padrone, per paura o per comodità, ha sotterrato e lascia lì il talento, e lui è tranquillo e passa la vita senza andare. Il cristiano è un uomo in cammino, una donna in cammino, che fa sempre il bene, che cerca di fare il bene, di andare avanti”.
Questa, ha sintetizzato, è l’identità cristiana: “benedetti, perché scelti, perché perdonati e perché in cammino”. Noi, ha concluso, “non siamo anonimi, noi non siamo superbi”, tanto da non avere “bisogno del perdono”. Ancora, noi non siamo fermi”. “Che il Signore – è stata la sua invocazione – ci accompagni con questa grazia della benedizione che ci ha dato, cioè la benedizione della nostra identità cristiana”.
 
fonte: Avvenire

Shimon Peres a Papa Francesco: Fondiamo l'ONU delle religioni

 Vi riproponiamo questa intervista esclusiva concessa a Famiglia Cristiana nel 2014, nella quale il Nobel per la pace 1994 spiega perché, dopo il fallimento della diplomazia internazionale, l'Onu delle religioni sia l'unica via per costruire la pace. E perché a presiederla dovrebbe essere proprio Francesco.

«In passato, la maggior parte delle guerre erano motivate dall’idea di nazione. Oggi, invece, le guerre vengono scatenate soprattutto con la scusa della religione. Nello stesso tempo, però, se mi guardo intorno noto una cosa: forse per la prima volta nella storia, il Santo Padre è un leader rispettato come tale non solo da tante persone ma anche dalle più diverse religioni e dai loro esponenti. Anzi: forse l’unico leader davvero rispettato. Per questo mi è venuta l’idea che ho proposto a papa Francesco…».

In questa intervista, concessa in esclusiva a Famiglia Cristiana nel 2014, Shimon Peres, protagonista della fondazione e poi della vita dello Stato di Israele di cui è stato presidente, premio Nobel per la Pace nel 1994 insieme con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, osserva e ricorda. 

Il Mediterraneo, oltre i vetri del Peres Peace Center che ha fondato a Giaffa dopo il Premio Nobel per la pace del 1994 (e che lancia un’infinità di progetti con Palestina, Giordania ed Egitto, tra cui la cura fin qui di 8 mila ragazzi palestinesi in ospedali israeliani), è un’esplosione di bellezza, ma è lo stesso mare su cui poco più a sud affaccia Gaza e poco più a nord il Libano.

«Ma ho fiducia», dice Peres, presidente di Israele fino al 24 luglio scorso. «Perché è stata la gente, con il suo talento e la sua devozione, a rendere benedetta questa terra, non il contrario. Tutto ciò che avevamo, all’inizio, erano 600 mila ebrei circondati da 40 milioni di arabi. Nel 1948 fummo attaccati da sette eserciti e andammo in guerra senza averne uno vero. Quando fondammo lo Stato, avevamo paludi al Nord e deserti al Sud, potevamo esportare solo moscerini e pietre. Non c’era acqua: due laghi, di cui uno è detto Mar Morto non a caso, e un fiume, il Giordano, che è sempre stato più ricco di santità che di acqua.

Le risorse naturali?

Scarse. Sognavamo di arrivare a un milione di persone e oggi siamo a otto».

Quanto ha contato la fede?

«Noi, qui, in Medio Oriente, abbiamo creato un Paese in cui tutti parlano la lingua della Bibbia. I siriani non parlano più l’aramaico, gli egiziani non sanno la lingua dei faraoni. Persino i greci usano un greco diverso da quello dei loro grandi antenati. Noi parliamo la stessa lingua, viviamo nella stessa terra, preghiamo lo stesso Dio, abbiamo la stessa visione, seguiamo gli stessi principi dell’epoca della Bibbia. Nei duemila anni in cui siamo stati esiliati, è stata la Torah a tenerci insieme. Anche Israele si basa sulla fede. Ma tutto ciò ci è costato moltissimo. Una volta papa Giovanni XXIII mi disse: “Abbiamo fatto lo stesso viaggio”. E io gli risposi: “Ma quanto era caro il nostro biglietto!”».

 

 

 

«Israele ha dimostrato che gli aggressori non sempre vincono, ma ha imparato che non sempre il vincitore ottiene la pace». Sono parole tratte dal suo discorso di accettazione del Nobel per la pace…

«Vero. Però siamo anche riusciti a fare due trattati di pace, con Giordania ed Egitto. È importante ricordarlo, perché bisogna ammettere che l’unico modo di vincere davvero è fare la pace. Una volta, quando le guerre erano scontri tra eserciti, si chiamava vittoria il prevalere dell’armata dell’uno su quella dell’altro. Ma oggi lottiamo contro centinaia, forse migliaia di movimenti terroristici che non solo non hanno un esercito ma nemmeno una proposta. Al massimo una protesta, e ognuna diversa da tutte le altre. Lo si vede bene in Medio Oriente: cresce il numero dei Paesi arabi che pensano che il problema non è Israele ma il terrorismo, che lacera Siria, Libia, Yemen, Iraq e Libano e di fronte al quale si sentono indifesi».

 

 

 

I terroristi dicono di agire in nome di Dio. E molti pensano che sia già in atto una guerra di religioni. Che cosa ne pensa?

«Certo, siamo passati da guerre motivate dall’idea di nazione, e combattute appunto da veri soldati, a guerre scatenate con la scusa della religione e combattute con il terrore. Dico “scusa” perché noto anche un’altra cosa: forse per la prima volta nella storia, il Santo Padre è un leader rispettato come tale non solo da tante persone ma anche dalle più diverse religioni e dai loro esponenti. Anzi: a livello globale, forse l’unico leader davvero rispettato da tutti. Per questo mi è venuta l’idea che ho proposto a papa Francesco…».

Quale idea?

«Per opporci a questa guerra del tutto nuova, nelle tecniche come nelle motivazioni, abbiamo l’Onu. È un organismo politico ma non ha né gli eserciti che avevano le nazioni né la convinzione che producono le religioni. E lo si vede bene: quando manda in Medio Oriente peacekeepers delle Isole Fiji o delle Filippine e questi vengono sequestrati dai terroristi, che può fare il segretario generale dell’Onu? Una bella  dichiarazione. Che non ha né la forza né l’efficacia di una qualunque omelia del Papa, che nella sola piazza San Pietro raduna mezzo milione di persone».

Però il Papa non può mettere in campo i caschi blu…

«Ma intervenire sul campo è relativamente facile, con o senza Onu. Il difficile è intervenire sulle motivazioni: sono quelle, più che le armi, a rendere così temibili i terroristi. E allora, se l’Onu ha fatto il suo tempo, ciò che ci serve è un’Organizzazione delle Religioni Unite, una Onu delle religioni. Sarebbe il modo migliore per contrastare e isolare chi uccide in nome della fede, perché la maggioranza delle persone nel mondo non è così: pratica la sua religione e non vuole uccidere nessuno. E dovrebbe esserci anche una Carta delle Religioni Unite, come c’è quella dell’Onu, per stabilire che sgozzare la gente o compiere eccidi di massa, come succede in queste settimane, non ha nulla a che vedere con la religione. È questo che ho proposto al Papa».

Lei vedrebbe bene papa Francesco alla guida delle Religioni Unite?

«Sì, per le ragioni che dicevo prima e anche perché lui comunque ci ha già provato, invitando Abu Mazen, il patriarca di Costantinopoli e me a pregare in Vaticano».

Ma c’è chi dice: a che serve pregare, con gli assassini?

«Se chi spara oggi sempre più spesso dice di farlo in nome di Dio, allora serve un’autorità morale condivisa che dica ad alta voce: no, Dio non lo vuole e non lo permette. Bisogna battersi contro la strumentalizzazione del nome di Dio. Chi può pensare che Dio sia un terrorista o un sostenitore del terrorismo? Chi fa la domanda che dice lei è uno che sottostima la forza dell’animo umano. Ma l’uomo è ben lungi dall’essere solo un insieme di carne e sangue».

Quindi, secondo lei, l’incontro in Vaticano ha dato frutti?

«Effetti profondi, anche se in parte ancora sotterranei. Prendiamo Abu Mazen: ero là accanto a lui e devo ammettere che è stato molto coraggioso quando ha parlato contro la guerra, contro rapimenti e omicidi, con parole che non saranno piaciute a tutti i palestinesi. Milioni di persone lo hanno visto succedere, è un seme piantato nei loro cuori. E senza seme non c’è albero».

fonte: Famiglia Cristiana

Vincere la desolazione spirituale con la preghiera

Cosa succede nel nostro cuore quando veniamo presi dalla “desolazione spirituale”? È la domanda che Francesco pone nella Messa mattutina a Casa Santa Marta, incentrata sulla figura di Giobbe. Il Papa ha messo l’accento sull’importanza del silenzio e della preghiera per vincere i momenti più bui. Nell’occasione della memoria di San Vincenzo de Paoli, il Papa ha quindi offerto la Messa per le suore vincenziane, le Figlie della Carità, che presentano servizio a Casa Santa Marta. 

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