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Il Signore ti dia pace!

Ciccio

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Shimon Peres a Papa Francesco: Fondiamo l'ONU delle religioni

 Vi riproponiamo questa intervista esclusiva concessa a Famiglia Cristiana nel 2014, nella quale il Nobel per la pace 1994 spiega perché, dopo il fallimento della diplomazia internazionale, l'Onu delle religioni sia l'unica via per costruire la pace. E perché a presiederla dovrebbe essere proprio Francesco.

«In passato, la maggior parte delle guerre erano motivate dall’idea di nazione. Oggi, invece, le guerre vengono scatenate soprattutto con la scusa della religione. Nello stesso tempo, però, se mi guardo intorno noto una cosa: forse per la prima volta nella storia, il Santo Padre è un leader rispettato come tale non solo da tante persone ma anche dalle più diverse religioni e dai loro esponenti. Anzi: forse l’unico leader davvero rispettato. Per questo mi è venuta l’idea che ho proposto a papa Francesco…».

In questa intervista, concessa in esclusiva a Famiglia Cristiana nel 2014, Shimon Peres, protagonista della fondazione e poi della vita dello Stato di Israele di cui è stato presidente, premio Nobel per la Pace nel 1994 insieme con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, osserva e ricorda. 

Il Mediterraneo, oltre i vetri del Peres Peace Center che ha fondato a Giaffa dopo il Premio Nobel per la pace del 1994 (e che lancia un’infinità di progetti con Palestina, Giordania ed Egitto, tra cui la cura fin qui di 8 mila ragazzi palestinesi in ospedali israeliani), è un’esplosione di bellezza, ma è lo stesso mare su cui poco più a sud affaccia Gaza e poco più a nord il Libano.

«Ma ho fiducia», dice Peres, presidente di Israele fino al 24 luglio scorso. «Perché è stata la gente, con il suo talento e la sua devozione, a rendere benedetta questa terra, non il contrario. Tutto ciò che avevamo, all’inizio, erano 600 mila ebrei circondati da 40 milioni di arabi. Nel 1948 fummo attaccati da sette eserciti e andammo in guerra senza averne uno vero. Quando fondammo lo Stato, avevamo paludi al Nord e deserti al Sud, potevamo esportare solo moscerini e pietre. Non c’era acqua: due laghi, di cui uno è detto Mar Morto non a caso, e un fiume, il Giordano, che è sempre stato più ricco di santità che di acqua.

Le risorse naturali?

Scarse. Sognavamo di arrivare a un milione di persone e oggi siamo a otto».

Quanto ha contato la fede?

«Noi, qui, in Medio Oriente, abbiamo creato un Paese in cui tutti parlano la lingua della Bibbia. I siriani non parlano più l’aramaico, gli egiziani non sanno la lingua dei faraoni. Persino i greci usano un greco diverso da quello dei loro grandi antenati. Noi parliamo la stessa lingua, viviamo nella stessa terra, preghiamo lo stesso Dio, abbiamo la stessa visione, seguiamo gli stessi principi dell’epoca della Bibbia. Nei duemila anni in cui siamo stati esiliati, è stata la Torah a tenerci insieme. Anche Israele si basa sulla fede. Ma tutto ciò ci è costato moltissimo. Una volta papa Giovanni XXIII mi disse: “Abbiamo fatto lo stesso viaggio”. E io gli risposi: “Ma quanto era caro il nostro biglietto!”».

 

 

 

«Israele ha dimostrato che gli aggressori non sempre vincono, ma ha imparato che non sempre il vincitore ottiene la pace». Sono parole tratte dal suo discorso di accettazione del Nobel per la pace…

«Vero. Però siamo anche riusciti a fare due trattati di pace, con Giordania ed Egitto. È importante ricordarlo, perché bisogna ammettere che l’unico modo di vincere davvero è fare la pace. Una volta, quando le guerre erano scontri tra eserciti, si chiamava vittoria il prevalere dell’armata dell’uno su quella dell’altro. Ma oggi lottiamo contro centinaia, forse migliaia di movimenti terroristici che non solo non hanno un esercito ma nemmeno una proposta. Al massimo una protesta, e ognuna diversa da tutte le altre. Lo si vede bene in Medio Oriente: cresce il numero dei Paesi arabi che pensano che il problema non è Israele ma il terrorismo, che lacera Siria, Libia, Yemen, Iraq e Libano e di fronte al quale si sentono indifesi».

 

 

 

I terroristi dicono di agire in nome di Dio. E molti pensano che sia già in atto una guerra di religioni. Che cosa ne pensa?

«Certo, siamo passati da guerre motivate dall’idea di nazione, e combattute appunto da veri soldati, a guerre scatenate con la scusa della religione e combattute con il terrore. Dico “scusa” perché noto anche un’altra cosa: forse per la prima volta nella storia, il Santo Padre è un leader rispettato come tale non solo da tante persone ma anche dalle più diverse religioni e dai loro esponenti. Anzi: a livello globale, forse l’unico leader davvero rispettato da tutti. Per questo mi è venuta l’idea che ho proposto a papa Francesco…».

Quale idea?

«Per opporci a questa guerra del tutto nuova, nelle tecniche come nelle motivazioni, abbiamo l’Onu. È un organismo politico ma non ha né gli eserciti che avevano le nazioni né la convinzione che producono le religioni. E lo si vede bene: quando manda in Medio Oriente peacekeepers delle Isole Fiji o delle Filippine e questi vengono sequestrati dai terroristi, che può fare il segretario generale dell’Onu? Una bella  dichiarazione. Che non ha né la forza né l’efficacia di una qualunque omelia del Papa, che nella sola piazza San Pietro raduna mezzo milione di persone».

Però il Papa non può mettere in campo i caschi blu…

«Ma intervenire sul campo è relativamente facile, con o senza Onu. Il difficile è intervenire sulle motivazioni: sono quelle, più che le armi, a rendere così temibili i terroristi. E allora, se l’Onu ha fatto il suo tempo, ciò che ci serve è un’Organizzazione delle Religioni Unite, una Onu delle religioni. Sarebbe il modo migliore per contrastare e isolare chi uccide in nome della fede, perché la maggioranza delle persone nel mondo non è così: pratica la sua religione e non vuole uccidere nessuno. E dovrebbe esserci anche una Carta delle Religioni Unite, come c’è quella dell’Onu, per stabilire che sgozzare la gente o compiere eccidi di massa, come succede in queste settimane, non ha nulla a che vedere con la religione. È questo che ho proposto al Papa».

Lei vedrebbe bene papa Francesco alla guida delle Religioni Unite?

«Sì, per le ragioni che dicevo prima e anche perché lui comunque ci ha già provato, invitando Abu Mazen, il patriarca di Costantinopoli e me a pregare in Vaticano».

Ma c’è chi dice: a che serve pregare, con gli assassini?

«Se chi spara oggi sempre più spesso dice di farlo in nome di Dio, allora serve un’autorità morale condivisa che dica ad alta voce: no, Dio non lo vuole e non lo permette. Bisogna battersi contro la strumentalizzazione del nome di Dio. Chi può pensare che Dio sia un terrorista o un sostenitore del terrorismo? Chi fa la domanda che dice lei è uno che sottostima la forza dell’animo umano. Ma l’uomo è ben lungi dall’essere solo un insieme di carne e sangue».

Quindi, secondo lei, l’incontro in Vaticano ha dato frutti?

«Effetti profondi, anche se in parte ancora sotterranei. Prendiamo Abu Mazen: ero là accanto a lui e devo ammettere che è stato molto coraggioso quando ha parlato contro la guerra, contro rapimenti e omicidi, con parole che non saranno piaciute a tutti i palestinesi. Milioni di persone lo hanno visto succedere, è un seme piantato nei loro cuori. E senza seme non c’è albero».

fonte: Famiglia Cristiana

Vincere la desolazione spirituale con la preghiera

Cosa succede nel nostro cuore quando veniamo presi dalla “desolazione spirituale”? È la domanda che Francesco pone nella Messa mattutina a Casa Santa Marta, incentrata sulla figura di Giobbe. Il Papa ha messo l’accento sull’importanza del silenzio e della preghiera per vincere i momenti più bui. Nell’occasione della memoria di San Vincenzo de Paoli, il Papa ha quindi offerto la Messa per le suore vincenziane, le Figlie della Carità, che presentano servizio a Casa Santa Marta. 

La logica del cristiano? Quella del «dopodomani»

​La logica del cristiano è la “logica del dopodomani” che non si ferma al presente ma guarda con fiducia alla risurrezione della carne. E’ quanto affermato da Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha messo in guardia da una pietà spiritualistica, ripiegata sull'oggi. Il servizio di Alessandro Gisotti per la Radio Vaticana: 

Il Papa: «Gesù non era un principe, è brutto se i pastori della Chiesa lo sono»

Papa Francesco all’udienza generale sottolinea come Cristo si sia fatto vicino a tutti, in particolare ai più poveri. E avverte: «È brutto per la Chiesa quando i pastori diventano principi, lontani dalla gente, lontani dai più poveri: quello non è lo spirito di Gesù. Lui era un pastore che stava tra la gente, tra i poveri: lavorava tutto il giorno con loro. Non era un principe». 

Papa a Santa Marta: il diavolo vuole dividere la Chiesa

Le divisioni distruggono la Chiesa e il diavolo cerca di attaccare quella che è la radice dell’unità, ovvero la celebrazione eucaristica: lo ha detto Papa Francesco nella Messamattutina a Casa Santa Marta nel giorno in cui la Chiesa fa memoria del Nome di Maria. Il servizio di Sergio Centofanti per Radio vaticana.

Commentando la Lettera di San Paolo ai Corinzi, rimproverati dall’apostolo per i loro litigi, Papa Francesco ha ribadito che “il diavolo ha due armi potentissime per distruggere la Chiesa: le divisioni e i soldi”. E questo è accaduto sin dall’inizio: “divisioni ideologiche, teologiche, che laceravano la Chiesa. Il diavolo semina gelosie, ambizioni, idee, ma per dividere! O semina cupidigia”. E come avviene dopo una guerra “tutto è distrutto. E il diavolo se ne va contento. E noi - ingenui, stiamo al suo gioco”. “E’ una guerra sporca quella delle divisioni – ripete ancora una volta il Papa - è come un terrorismo”, quello delle chiacchiere nelle comunità, quello della lingua che uccide, “butta la bomba, distrugge e rimango”:

“E le divisioni nella Chiesa non lasciano che il Regno di Dio cresca; non lasciano che il Signore si faccia vedere bene, come è Lui. Le divisioni fanno sì che si veda questa parte, quest’altra parte contro di questa e contro di… Sempre contro! Non c’è l’olio dell’unità, il balsamo dell’unità. Ma il diavolo va oltre, non solo nella comunità cristiana, va proprio alla radice dell’unità cristiana. E questo è quello che accade qui, nella città di Corinto, ai Corinzi. Paolo li rimprovera perché le divisioni arrivano proprio, proprio alla radice dell’unità e cioè alla celebrazione eucaristica”.

Nel caso dei Corinzi, vengono fatte divisioni tra i ricchi e i poveri proprio durante la celebrazione eucaristica. Gesù – sottolinea il Papa – “ha pregato il Padre per l’unità. Ma il diavolo cerca di distruggere fino a lì”:

“Io vi chiedo di fare tutto il possibile per non distruggere la Chiesa con le divisioni, siano ideologiche, siano di cupidigia e di ambizione, siano di gelosie. E soprattutto di pregare e custodire la fonte, la radice propria dell’unità della Chiesa, che è il Corpo di Cristo; e che noi – tutti i giorni – celebriamo il suo sacrificio nell’Eucarestia”.

San Paolo parla delle divisioni tra i Corinzi, 2000 anni fa …

“Questo può dirlo Paolo oggi a tutti noi, alla Chiesa d’oggi. ‘Fratelli, in questo, non posso lodarvi, perché vi riunite insieme non per il meglio, ma per il peggio!’. Ma la Chiesa riunita tutta per il peggio, per le divisioni: per il peggio! Per sporcare il Corpo di Cristo nella celebrazione eucaristica! E lo stesso Paolo ci dice, in un altro passo: ‘Chi mangia e beve il Corpo e il Sangue di Cristo indegnamente, mangia e beve la propria condanna’. Chiediamo al Signore l’unità della Chiesa, che non ci siano divisioni. E l’unità anche nella radice della Chiesa, che è proprio il sacrificio di Cristo, che ogni giorno celebriamo”.

Era presente alla celebrazione anche mons. Arturo Antonio Szymanski Ramírez, arcivescovo emerito di San Luis Potosí (Messico), 95 anni il prossimo gennaio. All’inizio dell’omelia il Papa lo ha citato, ricordando che ha partecipato al Concilio Vaticano II e che oggi aiuta in parrocchia. Il Pontefice lo aveva ricevuto in udienza lo scorso 9 settembre.

fonte: Avvenire

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