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Il Signore ti dia pace!

Ciccio

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Il biblista. Don Fabio Rosini: «Cari giovani, saper pregare è la via della felicità»

Siamo nel cuore di Roma. Dalle finestre della chiesa delle Santissime Stimmate di San Francesco osserviamo in silenzio largo Argentina. C’è il sole. Siamo qui per incontrare don Fabio Rosini e per trovare una risposta a tante domande. Perché questo sacerdote severo, ma anche pieno di umanità, è da anni un punto di riferimento per tanti ragazzi della capitale? Perché le sue catechesi sono così partecipate, così apprezzate, così “contagiose”? Perché il suo primo libro, Solo l’amore crea, resta in testa alle classifiche da settimane senza nessuna vera promozione? Don Fabio non ama le interviste. Teme di non essere capito. Di apparire diverso da quello che è. Noi apriamo il suo libro e leggiamo una paginetta scritta in corsivo. È la dedica alla mamma e al papà che non ci sono più. «... Da loro ho avuto tante buone certezze, i migliori insegnamenti, eppure con loro sono stato ignorante e cattivo, li ho addolorati, offesi e spazientiti. Ma nessuno ha pregato per me più di loro. I conti non tornano». Quelle ultime quattro parole ci fanno pensare. «È così, i conti non tornano. Quello che faccio per Gesù Cristo è nulla rispetto a quello che Gesù Cristo fa per me». Ancora una pausa leggera. «Penso sempre all’oceano di generosità che Lui mi regala ogni giorno». Per qualche secondo gli occhi del sacerdote si fermano su un crocifisso. Era sul letto dei suoi genitori. «Papà, ordinario di fisica dell’atmosfera alla Sapienza. Era un uomo limpido, giusto. Mamma, con i suoi difetti, mi ha insegnato la forza della misericordia. E poi mi ha regalato la vocazione al sacerdozio».

 

Ci racconta quel “regalo”?

«Ero un diciasettenne con le asprezze di tanti diciassettenni. Ero arrabbiato. Qualche volta aggressivo. Un giorno passai il limite e umiliai mamma, davanti ad altre persone, con un disprezzo arrogante. Lasciò Roma disperata e si rifugiò in un paesino delle Marche. Passò ore nella cappellina dei frati cappuccini proprio accanto al cimitero. Pregò da sola. In silenzio, con le lacrime agli occhi, davanti all’immagine di Maria. Vede, ancora una volta, i conti non tornano: alla mia cattiveria, lei risposte con la sua umanità. Sette anni dopo, mentre partivo missionario per la Thailandia, mi raccontò la preghiera di quel giorno: «Sapevo che finiva così, sapevo che il Signore ti prendeva».

Chi è don Fabio Rosini?

«Ho sempre nella testa il ritratto che mi fece una mia collaboratrice. “Fabio, tu sei semplice quando parli perché sei complicato dentro”. È un po’ così: capisco le persone perché ho tante debolezze, tanti bivii aperti sul rettilineo. Sono un uomo molto debole, ma anche molto fortunato».

Fortunato?

«Sì, fortunato perché ho un alleato incredibile. Ho Lui al mio fianco. Guardo Cristo Crocifisso e scopro che per Lui valgo più della sua vita. Qualche volta uso un’immagine facile per farmi capire. Se San Marino dichiara guerra all’Italia ci facciamo una gran risata, ma se prima San Marino si allea con gli Stati Uniti non ridiamo più... Le grandi opere si fanno insieme a Dio, con il suo sostegno, con il suo sorriso. Da soli riusciamo a fare cose piccole, cose mediocri, cose destinate a non durare».

Lo dica con altre parole.

«Noi abbiamo potenzialità meravigliose se partiamo da quanto Dio ci vuole bene. Se partiamo da noi stessi siamo una delusione».

Che cos’è la preghiera?

«È l’alleanza che facciamo con Dio prima di andare a combattere. E l’alleato insieme al quale combattiamo».

Questa società sa pregare?

«Troppo spesso no. Troppo spesso è autoreferenziale, è ossessionata dal proprio ego. Spesso non centriamo il punto: pensiamo che il Cristianesimo sia una somma di regole e invece il Cristianesimo è una relazione. È innamorarsi di qualcuno. È un dialogo. Dio non è norma, è Padre».

Che vuol dire «sono un uomo debole»?

«So molto bene che mi manca tanto per essere quel prete che potrei e dovrei essere; in molte cose sono debitore - verso le persone che devo servire - di un amore maggiore, di un’attenzione molto più profonda, di una carità molto più vera».

Nell’estate del 1993 comincia quell’esperienza di catechesi per i giovani che va sotto il nome dei 10 comandamenti. Di che si tratta?

«Non c’è un’appartenenza. È un’esperienza di riconciliazione con Dio. Vera, profonda, contagiosa. La Verità è il perno. Tanti di quelli che fanno questo percorso mi dicono che la vita ha due parti: prima e dopo i 10 Comandamenti».

E com’è il prima e com’è il dopo?

«Prima è una vita a casaccio. Dopo una vita piena, dove si comincia a distinguere la luce dal buio. Si esce resettati. È come un’analisi del sangue: si capisce come si sta messi davvero».

Ma perché questa esperienza cambia la vita? Perché oggi è in ottanta diocesi in Italia e anche all’estero?

«Perché la gente non deve mai andare via da una Chiesa senza le tasche piene di speranza».

I giovani scommettono su don Fabio, ma lei scommette sui giovani?

«Credo nei giovani. Mi fido dei giovani. Perché sono fragili e poveri. Non hanno più punti di riferimento come nel passato e hanno fame di Gesù Cristo e di misericordia».

Ma sono o no superficiali?

«È una assurdità, una menzogna. I giovani hanno una bellezza interna strepitosa, basta dare loro una chance. Hanno una straordinaria voglia di vivere, ma va concessa l’opportunità di esprimersi dandogli credito. Se viene fatto questo loro volano».

Ma questo troppo spesso non viene fatto.

«È difficile per i giovani sopravvivere ad un mondo ambiguo, poco protettivo, scoraggiante. I ragazzi oggi non vengono curati, formati, aiutati, accolti, compresi, capiti. Penso poi alle vocazioni. Il problema non è che manchino i pesci da pescare, è l’acqua che manca. È un luogo dove prendere sul serio la vita dei ragazzi, dargli dignità, sostanza. Dare loro il diritto alla bellezza».

Che cosa fa soffrire? «Non è il corpo, è il cuore. Non è il dolore, è il non senso. Non è l’amore, è la solitudine».

E che cosa rende felici?

«Amare e lasciarci amare».

Amare non è facile.

«Se voglio fare cose mediocri basto io, se voglio vivacchiare basto io; ma se voglio amare non basto io. La Misericordia di Dio cerca la nostra povertà e la ama. E la nostra povertà, una volta amata, diventa Misericordia».

 

Sono passate quasi due ore da quando siamo entrati nella chiesa. Fuori c’è ancora il sole. Mentre scendiamo le scale ed entriamo in chiesa parliamo, per qualche minuto, del libro. Rileggiamo il titolo: Solo l’amore crea. Ci fermiamo sul sottotitolo: Le opere di misericordia spirituale. «Ho scritto davanti al Santissimo nella mia rettoria. Tante volte piangendo. Facendomi male. Lasciandomi inondare dalla tenerezza di Dio. Lasciandomi guidare su come si fa a spiegare un concetto. Ho voluto fare un viaggio da un contenuto al mio stesso cuore », ci ripete il sacerdote. Vogliamo capire ancora. Perché quel titolo? «Sono parole di san Massimiliano Kolbe prima di essere ucciso ad Auschwitz. Solo l’Amore crea, solo l’amore dà forma meravigliosa a tutto ciò che compiamo». E perché la decisione di scrivere? «Perché il Cristianesimo troppo spesso appare brutto e invece va mostrato in tutta la sua bellezza. Perché Dio ci cerca nella nostra povertà e troppe volte non ce ne rendiamo conto».

 

Le opere di misericordia

Un libro significativamente uscito a conclusione dell’Anno Santo, di cui raccoglie numerosi spunti significativi a futura memoria. Solo l’amore crea. Le opere di misericordia spirituale (San Paolo, pp. 208, euro 9,90) è il primo libro di don Fabio Rosini, frutto di una lunga esperienza pastorale, che lo ha portato a diventare uno dei sacerdoti più amati della capitale. Il saggio di don Rosini, 55 anni, biblista, direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma, titolare di una rubrica di commento al Vangelo su Radio Vaticana, già cappellano alla Rai, è noto soprattutto per le catechesi dei Dieci Comandamenti e dei Sette Segni, che porta avanti dal 1993, per mezzo delle quali ha aiutato molti giovani a ritrovare la fede o a scoprire una vocazione sacerdotale o religiosa. Tra le tante catechesi tenute da Rosini durante il Giubileo, un ciclo è stato dedicato proprio alle opere di misericordia, che hanno costituito la base per il suo saggio, accompagnato dalla prefazione di monsignor Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna (fino a un anno fa vescovo ausiliare di Roma).

fonte: Avvenire

Il confessionale non è una tintoria, serve la vergogna del peccato

Essere perdonati e perdonare: un mistero difficile da capire. Servono preghiera, pentimento e vergogna. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha ribadito l’importanza di essere coscienti della meraviglia che Dio compie in noi con la sua misericordia, per poterla poi esercitare con gli altri e ha messo in guardia dall'ipocrisia di "rubare un finto perdono" nel confessionale.

Il perdono è un “mistero difficile da capire”. Il Papa svolge la sua omelia ripercorrendo la Parola del giorno con cui, dice, la Chiesa ci fa “entrare in questo mistero”, la grande “opera di misericordia di Dio”.

La grazia della vergogna, primo passo verso il mistero del perdono
E il “primo passo”, spiega Francesco, è la “vergogna” dei propri peccati, una “grazia” che non possiamo “ottenere da soli”. E’ capace di provarla il “popolo di Dio” triste e umiliato dalle sue colpe, come narra nella prima Lettura il profeta Daniele; mentre il protagonista del Vangelo di oggi non riesce a farlo. Si tratta del servo che il padrone perdona nonostante i grandi debiti, ma che a sua volta poi è incapace di perdonare i suoi debitori. “Non ha capito il mistero del perdono”, sottolinea Francesco, riportando i fedeli alla quotidianità: “Se io domando: ‘Ma tutti voi siete peccatori?’ – ‘Sì, padre, tutti’ –‘E per avere il perdono dei peccati?’- ‘Ci confessiamo’ – ‘E come vai a confessarti?’- ‘Ma, io vado, dico i miei peccati, il prete mi perdona, mi dà tre Ave Maria da pregare e poi torno in pace’. Tu non hai capito! Tu soltanto sei andato al confessionale a fare un’operazione bancaria a fare una pratica di ufficio. Tu non sei andato vergognato lì di quello che hai fatto. Hai visto alcune macchie nella tua coscienza e hai sbagliato perché hai creduto che il confessionale fosse una tintoria per chiudere le macchie. Sei stato incapace di vergognarti dei tuoi peccati”

Nel confessionale non rubare un perdono finto, ma essere coscienti della misericordia divina 
Dunque il perdono ricevuto da Dio, la “meraviglia che ha fatto nel tuo cuore” prosegue il Papa, deve poter “entrare nella coscienza”, altrimenti “esci, trovi un amico, un’amica e incominci a sparlare di un altro, e continui a peccare”. ”Soltanto io posso perdonare se mi sento perdonato”: “Se tu non hai coscienza di essere perdonato mai potrai perdonare, mai. Sempre c’è quell’atteggiamento di voler fare i conti con gli altri. Il perdono è totale. Ma soltanto si può fare quando io sento il mio peccato, mi vergogno, ho vergogna e chiedo il perdono a Dio e mi sento perdonato dal Padre e così posso perdonare. Se no, non si può perdonare, ne siamo incapaci. Per questo il perdono è un mistero”.

Il servo, protagonista del Vangelo, sottolinea ancora il Papa, ha la sensazione di “essersela cavata”, di essere stato “furbo”, invece non ha capito la "generosità del padrone". E quante volte, afferma Francesco, "uscendo dal confessionale sentiamo questo, sentiamo che ce la siamo cavata", questo non è ricevere il perdono, rimarca, ma è "l’ipocrisia di rubare un perdono, un perdono finto”:

Perdonare sempre e con generosità
“Chiediamo oggi al Signore la grazia di capire questo ‘settanta volte sette’. Chiediamo la grazia della vergogna davanti a Dio. E’ una grande grazia! Vergognarsi dei propri peccati e così ricevere il perdono e la grazia della generosità di darlo agli altri perché se il Signore mi ha perdonato tanto, chi sono io per non perdonare?”.

fonte: Avvenire

 

Papa Francesco: la risurrezione è una realtà certa

"La nostra risurrezione e quella dei cari defunti non è una cosa che potrà avvenire oppure no, ma è una realtà certa, in quanto radicata nell'evento della risurrezione di Cristo". Sono queste le parole di Papa Francesco, pronunciate nella catechesi all'Udienza Generale di oggi. "Ogni volta che ci troviamo di fronte alla nostra morte, o a quella di una persona cara, sentiamo - ha rilevato - che la nostra fede viene messa alla prova"."Tutti abbiamo un pò di paura della morte, un uomo anziano mi ha detto: non ho paura della morte, ho un pò di paura di vederla venire", ha raccontato Francesco ai fedeli che gremivano l'Aula Nervi. "Davanti alla morte emergono - ha osservato - tutti i nostri dubbi, tutta la nostra fragilità, e ci chiediamo: 'Davvero ci sarà la vita dopo la morte? Potrò ancora vedere e riabbracciare le persone che ho amato?'. Questa domanda me l'ha fatta una signora durante un'udienza".

Papa Francesco: la speranza cristiana è qualcosa che è, non qualcosa che vogliamo

"Si dice - ha continuato Papa Francesco -'spero che domani faccia bel tempo', ma sappiamo che il giorno dopo può fare brutto tempo". Invece la speranza cristiana si basa sulla certezza che si realizzi: "C'è - ha esemplificato indicando la fine dell'Aula - la porta lì. Cosa debbo fare? Camminare verso la porta". In merito, il Pontefice ha citato il testo più antico del Nuovo Testamento, la Lettera di Paolo ai Tessalonicesi che spiega: "Dopo la morte per sempre saremo con il Signore. Gesù è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui". Secondo Francesco "queste parole sono sempre motivo di grande consolazione e di pace". "Anche noi, nel contesto attuale, abbiamo bisogno - ha scandito - di ritornare alla radice e alle fondamenta della nostra fede, così da prendere coscienza di quanto Dio ha operato per noi in Cristo Gesù". La speranza cristiana, insomma, è in "qualcosa che è, non in qualcosa che io voglia che sia". "Chiediamo allora al Signore - ha esortato infine - di educare il nostro cuore alla speranza nella risurrezione, cosìche possiamo imparare a vivere nell'attesa certa dell'incontro con Lui e con tutti i nostri cari".

Imparare la speranza dalle donne incinte e dai poveri

Quando una donna si accorge che è incinta, ogni giorno impara a vivere nell'attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Anche noi: dobbiamo imparare di queste attese umane e vivere nell'attesa di guardare il Signore, di trovare il Signore. E questo non è facile, ma si impara". Papa Francesco ha aggiunto a braccio queste parole alla catechesi preparata per l'Udienza Generale di oggi. "Questo però - ha spiegato - implica un cuore umile, povero. Solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sè e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in sè stesso". "Noi cristiani siamo uomini e donne di speranza", ma "quando si parla di speranza, possiamo essere portati - ha osservato il Papa - ad intenderla secondo l'accezione comune del termine, vale a dire in riferimento a qualcosa di bello che desideriamo, ma che può realizzarsi oppure no... La speranza cristiana non è così. La speranza cristiana è l'attesa di qualcosa che già è stato compiuto e che certamente si realizzerà per ciascuno di noi". "Sperare quindi - ha concluso il Papa - significa imparare a vivere nell'attesa".

Il Papa ai fedeli del Medio Oriente: non lasciatevi rubare la speranza

"Cari fratelli e sorelle, la speranza cristiana è una virtù umile e forte che ci sostiene e non ci fa annegare nelle tante difficoltà della vita; essa è fonte di gioia e dà pace al nostro cuore. Non lasciatevi rubare la speranza! Il Signore vi benedica!". Papa Francesco si è rivolto così in Aula Nervi "ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente".

fonte: Avvenire

«La vita cristiana è lotta quotidiana contro le tentazioni»

Gesù e la folla. Nella Messa a Santa Marta, Papa Francesco si è soffermato sul brano del Vangelo del giorno che narra della grande folla che seguiva Gesù con entusiasmo e che veniva da tutte le parti. Lo scrive Alessandro Gisotti di Radio Vaticana. “Perché veniva questa folla?”, si domanda il Papa. Il Vangelo racconta che c’erano “ammalati che cercavano di guarire”. Ma c’erano anche persone a cui piaceva “sentire Gesù, perché parlava non come i loro dottori, ma parlava con autorità” e “questo toccava il cuore”. Questa folla “veniva spontaneamente”, ha commentato con amara ironia, “non la portavano nei bus, come abbiamo visto tante volte quando si organizzano manifestazioni e tanti devono andare lì per ‘verificare’ la presenza, per non perdere poi il posto di lavoro”.

Presentato il libro "O Meravigliato" di Padre Filippo Lucarelli

Mercoledì 4 gennaio 2017 nella Chiesa Madre di San Bartolomeo in Galdo è stato presentato alla comunità il libro di Padre Filippo Lucarelli: 'O Meravigliato.

Sono intervenuti il Sub-Commissario Prefettizio Dott. Fiorentino Boniello, il nostro parroco Mons. Franco Iampietro, il Presidente dei Frati Minori d’Europa M.R.P. Sabino Iannuzzi,  con la preziosa moderazione del giornalista Celestino Agostinelli.

Giovedì 29 dicembre 2016

San Tommaso Becket, vescovo e martire

Liturgia della Parola

1Gv 2,3-11; Sal 95; Lc 2,22-35

La Parola del Signore

…è ascoltata

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore»; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; lo Spirito Santo che era su di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima».

…è meditata

Egli è qui... segno di contraddizione – Gesù è stato offerto al Padre; il Padre risponde inviando la forza del suo Spirito al vecchio Simeone e questi profetizza che nel bambino è la salvezza e la luce delle genti. Ma, nello stesso tempo, è segno di contraddizione, che ha sul Calvario la sua piena manifestazione e culmine. D’ora in poi di fronte a lui gli uomini si divideranno: o lo accetteranno o lo respingeranno.

preghiera evangelica

Signore Gesù, tu hai voluto essere presentato al Padre come un qualsiasi primogenito del tuo popolo, e nello stesso tempo hai voluto essere riconosciuto come messia da un vecchio che sapeva essere aperto alle ispirazioni dello Spirito. Dona anche a noi quel medesimo Spirito, perché i nostri occhi vedano la tua salvezza e le nostre labbra ti benedicano di fronte a tutti i popoli, ora e sempre nei secoli dei secoli.

«ProVocazione»

Cristo è presente in modo particolare nella storia del popolo d’Israele, il popolo dell’Alleanza. Questa storia è specificatamente caratterizzata dall’attesa di un messia, un re ideale, consacrato da Dio, che avrebbe realizzato pienamente le promesse del Signore. A mano a mano che questo orientamento si veniva delineando, Cristo rivelava progressivamente il proprio volto di Messia promesso ed atteso, lasciandone intravedere anche tratti di acuta sofferenza sullo sfondo di una morte violenta (cfr. Is 53,8). Di fatto, l’avveramento storico delle profezie con lo scandalo della croce mise radicalmente in crisi una certa immagine messianica, consolidata in una parte del popolo ebraico, che aspettava un liberatore piuttosto politico, apportatore di autonomia nazionale e di benessere materiale.

San Giovanni Paolo II, Roma, 3 dicembre 1997

Riflessione personale


…è pregata

 

Dio invisibile ed eterno, che nella venuta del Cristo vera luce hai rischiarato le nostre tenebre, guarda con bontà questa tua famiglia, perché possa celebrare con lode unanime la nascita gloriosa del tuo unico Figlio. Amen.                                                                       Dalla Liturgia

dal sussidio CDV della Diocesi di Patti

Papa Francesco all'udienza: fede è anche lottare con Dio

La speranza cristiana non è pia finzione che tutto vada bene. Il rapporto con Dio può essere lamentela e lotta. Da Padre qual è, Dio comprende l'insistenza dei figli. E non delude. Nell'udienza di stamani, in Aula Paolo VIpapa Francesco ha proseguito il ciclo di catechesi dedicato alla speranza. In particolare ha preso spunto dal brano del libro della Genesi su Abramo e sulla promessa di Dio di dargli numerosa discendenza, per quanto lui fosse anziano e la moglie sterile.

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