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Il Signore ti dia pace!

L’importanza di chiedersi: io credo? E in che cosa?

Fede e razionalità possono incontrarsi? La fede si fonda sulla ragione? E poi: che senso hanno sofferenza e morte? Cosa significa amare eamare i propri nemici? 

È un libro pieno di domande quello del medico psichiatra Matteo Rampin, autore di “Fede nella ragione. Ragionamenti sul credere” (Marcianum Press), domande sul senso della vita, interrogativi che l’uomo si è posto fin dalla notte dei tempi. Nella premessa è lo stesso scrittore a raccontare l’origine del suo lavoro che nasce proprio da una domanda che spesso lo ha incalzato negli anni: «Lei è credente?».

LA DOMANDA: CREDO? NONOSTANTE TUTTO?

«Questa domanda mi è stata posta molte volte. (…)ogni volta, prima di rispondere, mi sono sorpreso a porre a me stesso una serie di altre domande. Che cosa significa, essere credente? In che cosa crede, oggi, chi crede in Dio? In che cosa crede, chi non ci crede? (…) Come si può credere, oggi? Come si può ancora credere, nonostante tutto quanto è accaduto nel Novecento e nonostante tutto quanto continua ad accadere?(…) Come medico psichiatra, la domanda mi è stata posta innumerevoli volte, in situazioni che non permettevano ambiguità o risposte di comodo: uomini e donne di ogni età, oppressi dalla sofferenza fisica e mentale, costretti a indossare una maschera che celasse la smorfia dell’angoscia, espulsi dalla società, costretti alla solitudine più profonda, crocifissi alla mancanza di senso, si sono chiesti assieme a me se questo loro vivere nella pena avesse un senso, un senso stabile, sicuro, assoluto, o se invece non fosse più ragionevole ritenere che tutto è casuale, non vi è alcun senso e si deve guardare la realtà senza altre aspettative che quelle permesse dal realismo».

LA RISPOSTA: NON SI PUÒ VIVERE PIENAMENTE SENZA UN RIFERIMENTO AL QUALE ISPIRARSI

«(…)Dopo le riflessioni che per lungo tempo mi hanno accompagnato, che ne è oggi della domanda “Lei crede?”. Ancora mi viene posta, ancora la pongo a me stesso. Avverto ancora la necessità di occuparmi della questione, perché constato che il bisogno di risposte certe riemerge sempre: esso affiora sia nella certezza che esiste un Assoluto, sia nella certezza che l’unica Verità Assoluta è quella scientifica, sia nell’assoluta certezza che non esiste alcuna verità e tutto è nulla. Oggi mi pare di poter rispondere alla domanda con una maggiore cognizione di causa. Mi pare che chi dichiara di non credere in Dio, crede necessariamente in qualcos’altro. È precisamente questo, il punto: non si può non credere in qualcosa, o meglio non si riesce a vivere consapevolmente – e perciò liberamente, e dunque pienamente –, senza un riferimento al quale guardare».

L’AMORE E LA MORTE

La sofferenza, il male, la morte, che senso hanno? L’autore afferma che l’assenza di amore rende più aspre tutte le normali difficoltà della vita, perché “l’amore è ciò che rende tollerabile qualsiasi grande, significativo ostacolo”.

MA L’AMORE RENDE TOLLERABILE PERSINO LA MORTE?

«Dobbiamo però chiederci: davvero l’amore rende tollerabile qualsiasi ostacolo? Tanto per cominciare, si può accettare una simile affermazione, a proposito dell’ostacolo più grande, la morte? (…) Anzitutto si possono fare alcune riflessioni sulla morte. (…) una persona che muoia senza patire, a cent’anni, sul suo letto, circondata dagli affetti, dopo una vita piena, non è una tragica mancanza di senso. (…) Tuttavia, quasi mai le cose avvengono così: quasi sempre la morte (…) è causata da eventi incontrollabili e giunge improvvisa (…) È in questi casi, che la morte risulta intollerabile. Essa risulta intollerabile proprio perché interrompe un percorso apparentemente sensato, (…) è sempre la nozione di senso a essere messa in causa dall’evento morte. La domanda da porsi è quindi: davvero il messaggio cristiano contiene un senso capace di soddisfare l’uomo anche di fronte a queste morti (che sono la maggioranza), di consolare il dolore, di rendere meno terribile l’interruzione del percorso naturale della vita, e meno schiacciante l’irruzione dell’assurdo, del nulla e del non-senso? Secondo i cristiani la risposta è sì: esiste un senso anche per queste realtà, ed è, ancora una volta, l’amore. In che senso va intesa questa affermazione? Come può l’amore, esperienza che appartiene alla vita, conferire un senso anche alla negazione della vita e di ogni senso?»

LA VERA SOFFERENZA È NON SENTIRSI AMATI!

«Secondo i cristiani, così come tutto il male potrebbe essere inteso come mancanza di amore, allo stesso modo tutta la sofferenza non sarebbe altro che mancanza di amore. (…) Si può infatti facilmente sperimentare che chi si sente amato soffre meno, pur nella sofferenza “fisica”; l’anziano che si sente amato non chiede di morire (…)chi ama trova il modo per alleviare la sofferenza (altrui, prima che sua) sempre e ovunque, anche nei lager. (…) Con l’amore si può davvero alleviare la sofferenza: anzi, si potrebbe dire che la vera sofferenza, l’unica vera sofferenza è quella di non sentirsi amati. A questo punto, la vera morte, la morte orrenda e inaccettabile, è quella che avviene senza essere accompagnata dall’amore. La morte, più ancora che negazione della vita biologica, è negazione dell’amore».

AMARE I NEMICI

L’autore riprendendo alcuni passi del Vangelo di Luca – “A voi che mi ascoltate dico: amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano”- sottolinea l’elemento che distingue l’insegnamento di Gesù Cristo da quello “di ogni altro profeta o fondatore di religioni: il comandamento di amare i nemici”.
Amare il nemico può apparire al non credente un paradosso, un’assurdità, un comportamento incomprensibile e “anti-evoluzionista” come scrive l’autore, “perché il suo altruismo privilegia e si prende cura proprio di quegli esseri che l’evoluzione schiaccerebbe”, eppure è il comandamento che più di ogni altro parla dell’amore di Dio per noi.

CHI SONO I NEMICI?

«La parola “nemico” deve essere intesa in tutte le sue accezioni e implicazioni: in tale parola sono contenuti il vicino di casa indisponente, il parente che mi ha maltrattato, il ladro che mi ha derubato, il partner che mi ha tradito, il governante che mi ha frodato, il religioso che mi ha scandalizzato, il malato la cui vita minaccia la mia tranquillità. Amare i nemici significa rinunciare al desiderio di vendetta, di rivalsa, di competizione, resistere alle passioni che mi inducono alla brama di possesso e di affermazione dell’io per compensare i miei vuoti danneggiando l’esistenza degli altri esseri umani».

SETE DI SENSO

L’autore afferma nella premessa che da medico ha «sempre confidato nella ragione scientifica, nel suo fondarsi sull’esperienza diretta e ripetibile» e che ha «sempre diffidato (…) di coloro che “sentono” Dio e parlano del credere come di un “sentire”», proprio per questo ritiene fondamentali le ricerche dell’uomo sul senso della vita e sulla fede.

PERCHÉ NON SI PUÒ VIVERE “PER SCHERZO”?

«(…) chi dichiara di non credere in Dio, crede necessariamente in qualcos’altro. (…) non si può non credere in qualcosa, o meglio non si riesce a vivere (…) senza un riferimento al quale guardare. Questo, soprattutto nei momenti critici; del resto, se si ammette che è importante possedere un punto di riferimento, tutti i momenti diventano critici, cioè importanti, e la vita stessa diventa lo snodarsi di una successione di momenti importanti, ognuno dei quali si riveste di una luce sfolgorante: la luce del senso che le diamo. Senza senso, la vita non può essere vissuta davvero: la si vive “per scherzo”, per finta, per gioco, per caso. E dunque, ci si deve pronunciare: si deve scendere dentro di sé, si deve scandagliare nelle ombre senza timore, sperando che qualcosa cominci a prendere forma; si deve insistere nella ricerca, finché qualcosa non diventi più chiaro e si scopra che sì, ci si può pronunciare. Sì, ci si può sbilanciare (…) Sbilanciarsi ha senso, e non farlo è l’atto più insensato di una vita che ha – ed è – sete di senso, e che senza un senso diventa fatica, noia, disgusto, disperazione».

fonte: Aleteia

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