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Il Signore ti dia pace!

Stampa Cattolica

Stampa Cattolica (80)

Notizie dalla Stampa Cattolica

Il biblista. Don Fabio Rosini: «Cari giovani, saper pregare è la via della felicità»

Siamo nel cuore di Roma. Dalle finestre della chiesa delle Santissime Stimmate di San Francesco osserviamo in silenzio largo Argentina. C’è il sole. Siamo qui per incontrare don Fabio Rosini e per trovare una risposta a tante domande. Perché questo sacerdote severo, ma anche pieno di umanità, è da anni un punto di riferimento per tanti ragazzi della capitale? Perché le sue catechesi sono così partecipate, così apprezzate, così “contagiose”? Perché il suo primo libro, Solo l’amore crea, resta in testa alle classifiche da settimane senza nessuna vera promozione? Don Fabio non ama le interviste. Teme di non essere capito. Di apparire diverso da quello che è. Noi apriamo il suo libro e leggiamo una paginetta scritta in corsivo. È la dedica alla mamma e al papà che non ci sono più. «... Da loro ho avuto tante buone certezze, i migliori insegnamenti, eppure con loro sono stato ignorante e cattivo, li ho addolorati, offesi e spazientiti. Ma nessuno ha pregato per me più di loro. I conti non tornano». Quelle ultime quattro parole ci fanno pensare. «È così, i conti non tornano. Quello che faccio per Gesù Cristo è nulla rispetto a quello che Gesù Cristo fa per me». Ancora una pausa leggera. «Penso sempre all’oceano di generosità che Lui mi regala ogni giorno». Per qualche secondo gli occhi del sacerdote si fermano su un crocifisso. Era sul letto dei suoi genitori. «Papà, ordinario di fisica dell’atmosfera alla Sapienza. Era un uomo limpido, giusto. Mamma, con i suoi difetti, mi ha insegnato la forza della misericordia. E poi mi ha regalato la vocazione al sacerdozio».

 

Ci racconta quel “regalo”?

«Ero un diciasettenne con le asprezze di tanti diciassettenni. Ero arrabbiato. Qualche volta aggressivo. Un giorno passai il limite e umiliai mamma, davanti ad altre persone, con un disprezzo arrogante. Lasciò Roma disperata e si rifugiò in un paesino delle Marche. Passò ore nella cappellina dei frati cappuccini proprio accanto al cimitero. Pregò da sola. In silenzio, con le lacrime agli occhi, davanti all’immagine di Maria. Vede, ancora una volta, i conti non tornano: alla mia cattiveria, lei risposte con la sua umanità. Sette anni dopo, mentre partivo missionario per la Thailandia, mi raccontò la preghiera di quel giorno: «Sapevo che finiva così, sapevo che il Signore ti prendeva».

Chi è don Fabio Rosini?

«Ho sempre nella testa il ritratto che mi fece una mia collaboratrice. “Fabio, tu sei semplice quando parli perché sei complicato dentro”. È un po’ così: capisco le persone perché ho tante debolezze, tanti bivii aperti sul rettilineo. Sono un uomo molto debole, ma anche molto fortunato».

Fortunato?

«Sì, fortunato perché ho un alleato incredibile. Ho Lui al mio fianco. Guardo Cristo Crocifisso e scopro che per Lui valgo più della sua vita. Qualche volta uso un’immagine facile per farmi capire. Se San Marino dichiara guerra all’Italia ci facciamo una gran risata, ma se prima San Marino si allea con gli Stati Uniti non ridiamo più... Le grandi opere si fanno insieme a Dio, con il suo sostegno, con il suo sorriso. Da soli riusciamo a fare cose piccole, cose mediocri, cose destinate a non durare».

Lo dica con altre parole.

«Noi abbiamo potenzialità meravigliose se partiamo da quanto Dio ci vuole bene. Se partiamo da noi stessi siamo una delusione».

Che cos’è la preghiera?

«È l’alleanza che facciamo con Dio prima di andare a combattere. E l’alleato insieme al quale combattiamo».

Questa società sa pregare?

«Troppo spesso no. Troppo spesso è autoreferenziale, è ossessionata dal proprio ego. Spesso non centriamo il punto: pensiamo che il Cristianesimo sia una somma di regole e invece il Cristianesimo è una relazione. È innamorarsi di qualcuno. È un dialogo. Dio non è norma, è Padre».

Che vuol dire «sono un uomo debole»?

«So molto bene che mi manca tanto per essere quel prete che potrei e dovrei essere; in molte cose sono debitore - verso le persone che devo servire - di un amore maggiore, di un’attenzione molto più profonda, di una carità molto più vera».

Nell’estate del 1993 comincia quell’esperienza di catechesi per i giovani che va sotto il nome dei 10 comandamenti. Di che si tratta?

«Non c’è un’appartenenza. È un’esperienza di riconciliazione con Dio. Vera, profonda, contagiosa. La Verità è il perno. Tanti di quelli che fanno questo percorso mi dicono che la vita ha due parti: prima e dopo i 10 Comandamenti».

E com’è il prima e com’è il dopo?

«Prima è una vita a casaccio. Dopo una vita piena, dove si comincia a distinguere la luce dal buio. Si esce resettati. È come un’analisi del sangue: si capisce come si sta messi davvero».

Ma perché questa esperienza cambia la vita? Perché oggi è in ottanta diocesi in Italia e anche all’estero?

«Perché la gente non deve mai andare via da una Chiesa senza le tasche piene di speranza».

I giovani scommettono su don Fabio, ma lei scommette sui giovani?

«Credo nei giovani. Mi fido dei giovani. Perché sono fragili e poveri. Non hanno più punti di riferimento come nel passato e hanno fame di Gesù Cristo e di misericordia».

Ma sono o no superficiali?

«È una assurdità, una menzogna. I giovani hanno una bellezza interna strepitosa, basta dare loro una chance. Hanno una straordinaria voglia di vivere, ma va concessa l’opportunità di esprimersi dandogli credito. Se viene fatto questo loro volano».

Ma questo troppo spesso non viene fatto.

«È difficile per i giovani sopravvivere ad un mondo ambiguo, poco protettivo, scoraggiante. I ragazzi oggi non vengono curati, formati, aiutati, accolti, compresi, capiti. Penso poi alle vocazioni. Il problema non è che manchino i pesci da pescare, è l’acqua che manca. È un luogo dove prendere sul serio la vita dei ragazzi, dargli dignità, sostanza. Dare loro il diritto alla bellezza».

Che cosa fa soffrire? «Non è il corpo, è il cuore. Non è il dolore, è il non senso. Non è l’amore, è la solitudine».

E che cosa rende felici?

«Amare e lasciarci amare».

Amare non è facile.

«Se voglio fare cose mediocri basto io, se voglio vivacchiare basto io; ma se voglio amare non basto io. La Misericordia di Dio cerca la nostra povertà e la ama. E la nostra povertà, una volta amata, diventa Misericordia».

 

Sono passate quasi due ore da quando siamo entrati nella chiesa. Fuori c’è ancora il sole. Mentre scendiamo le scale ed entriamo in chiesa parliamo, per qualche minuto, del libro. Rileggiamo il titolo: Solo l’amore crea. Ci fermiamo sul sottotitolo: Le opere di misericordia spirituale. «Ho scritto davanti al Santissimo nella mia rettoria. Tante volte piangendo. Facendomi male. Lasciandomi inondare dalla tenerezza di Dio. Lasciandomi guidare su come si fa a spiegare un concetto. Ho voluto fare un viaggio da un contenuto al mio stesso cuore », ci ripete il sacerdote. Vogliamo capire ancora. Perché quel titolo? «Sono parole di san Massimiliano Kolbe prima di essere ucciso ad Auschwitz. Solo l’Amore crea, solo l’amore dà forma meravigliosa a tutto ciò che compiamo». E perché la decisione di scrivere? «Perché il Cristianesimo troppo spesso appare brutto e invece va mostrato in tutta la sua bellezza. Perché Dio ci cerca nella nostra povertà e troppe volte non ce ne rendiamo conto».

 

Le opere di misericordia

Un libro significativamente uscito a conclusione dell’Anno Santo, di cui raccoglie numerosi spunti significativi a futura memoria. Solo l’amore crea. Le opere di misericordia spirituale (San Paolo, pp. 208, euro 9,90) è il primo libro di don Fabio Rosini, frutto di una lunga esperienza pastorale, che lo ha portato a diventare uno dei sacerdoti più amati della capitale. Il saggio di don Rosini, 55 anni, biblista, direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma, titolare di una rubrica di commento al Vangelo su Radio Vaticana, già cappellano alla Rai, è noto soprattutto per le catechesi dei Dieci Comandamenti e dei Sette Segni, che porta avanti dal 1993, per mezzo delle quali ha aiutato molti giovani a ritrovare la fede o a scoprire una vocazione sacerdotale o religiosa. Tra le tante catechesi tenute da Rosini durante il Giubileo, un ciclo è stato dedicato proprio alle opere di misericordia, che hanno costituito la base per il suo saggio, accompagnato dalla prefazione di monsignor Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna (fino a un anno fa vescovo ausiliare di Roma).

fonte: Avvenire

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Ecco il vero san Francesco, oltre il mito

Nos, qui cum eo fuimus. «Noi, che fummo con lui». È una semplice asserzione, una constatazione. Ma può suonare dura come un’accusa, sonora come una protesta; o semplice, dolce come un ricordo accorato. Anni fa un grande studioso purtroppo scomparso, Raoul Manselli, dedicò a quella pericope uno studio attento, mostrandone l’intenso valore e il profondo significato. Erano i discepoli più stretti di Francesco, quelli che gli erano stati più vicini, a replicare così dal loro appartato esilio, con la loro diretta testimonianza, alle ricostruzioni agiografiche volute dai vertici dell’Ordine e compilate da frati che al Povero d’Assisi si erano aggregati abbastanza tardi, che lo avevano visto da lontano e che, quando si era trattato d’interpretarlo, avevano accolto le direttive dei loro capi e quindi del cardinale protettore dei Fratres Minores, Ugo d’Ostia, divenuto presto papa Gregorio IX. Senza peraltro soddisfare granché quell’energico prelato, poi terribile pontefice.

Il racconto agiografico ancor oggi più noto a proposito di Francesco è la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, dotto e autorevole ministro generale dell’Ordine, professore a Parigi e quindi cardinale. Desideroso di "normalizzare" la figura di Francesco, riguardo al quale si raccontavano molte cose – e già il primo biografo, Tommaso da Celano, aveva dovuto riscrivere la sua Vita cercando di adeguarla a quanto si andava dicendo –, Bonaventura ordinò nel capitolo di Parigi del 1266 che tutti gli scritti che narravano la vita del Povero d’Assisi venissero accuratamente scovati e distrutti, dovunque si trovassero: e che da allora in poi Francesco fosse solamente quello descritto "normalizzato" dall’opera che egli aveva redatto. Un lungo oblìo, tuttavia attraversato da fremiti e sussulti, avvolse da allora in poi le voci differenti dalla pagina normativa del grande teologo. L’ordine del quale fu peraltro, come c’era da aspettarsi, nascostamente disatteso.

 

Attribuito a Jan van Eyck, San Francesco riceve le stimmate, particolare, 1395-1401 (WikiCommons)
 

 

Ma a partire dal 1890 il pastore calvinista Paul Sabatier, allievo di Ernest Renan, intraprese una lenta, paziente opera di restauro di quel ch’era stato perduto, disperso, nascosto o negato. Ne nacque la “questione francescana”, che ancor oggi appare senza fine e ch’è tuttora anzitutto ricostruzione di voci soffocate, di carte distrutte, di una verità che pure si era già voluta affermare ventidue anni prima della funesta decisione di Bonaventura, quando nel 1244 frate Leone, segretario e confessore di Francesco, aveva inviato al ministro generale Crescenzio da Iesi la sua “lettera di Greccio”. Da allora, prima del ’66 – o, secondo altri, immediatamente dopo – i vecchi compagni di Francesco dettero voce, nelle opere note come Compilazione di Assisi e Leggenda dei tre compagni, ai loro ricordi. il Francesco che ne usciva era diverso da quello voluto e descritto dal dotto teologo impariginato: non era affatto il fraticello ingenuo e semplice l’immagine del quale avrebbe tuttavia prevalso e che ancor oggi va ostinatamente per la maggiore.

Ma i testimoni emarginati e quasi ridotti al silenzio affermavano qualcosa d’altro: «noi che fummo con lui», «noi che fummo con lui»… Ne emergeva un Francesco diverso, una guida colta ed energica dei suoi, un fratello affettuoso eppure pieno di rigore, un amico e un compagno di lavoro che sapeva comandare e correggere, ma anche comprendere e perdonare.

Quest’“altro” Francesco emerge ora in un libro limpido, pieno d’intensità e di coraggio quanto spoglio di sussiego accademico e di preoccupazioni erudite. In Francesco d’Assisi. La storia negata (Laterza, pp. 228, euro 16), Chiara Mercuri accoglie in modo libero e originale la lezione impartitaci da Arsenio Frugoni nel suo saggio su Arnaldo da Brescia: seguire le varie fonti su un evento o un personaggio una per una, coglierne attentamente la voce specifica anziché mischiarla arbitrariamente con altre per mettere insieme un patchwork che sembri dare un’immagine coerente e unitaria. Solo da un confronto tra testimonianze vagliate una per una con cura può nascere un giudizio sulla loro diversità o complementarità, insomma sulla loro compatibilità. Ma quel che interessa l’Autrice è l’immagine del Padre nella memoria e nell’affetto di quei suoi appartati compagni. Con la scommessa che sia quello più fedele alla verità.

 

Caravaggio, San Francesco d'Assisi, particolare, 1606 circa (WikiCommons)

Otto capitoli corredati da poche note, tutte rigorosamente ed esclusivamente ispirate alle fonti originali; nessuna opera di critica moderna citata, per quanto si avverta senz’ombra di dubbio quanto molte di esse siano ben presenti all’autrice. Una caccia serrata, a tratti affannosa e incalzante eppure serena, alla ricerca di un personaggio evidentemente a lungo non solo studiato ma anche – ebbene, sì – amato. Frate Francesco, che si è battuto per affermare il suo diritto alla libertà e alla povertà, il suo diritto a seguire nudo il Cristo nudo. E Chiara, della quale qui si ribadisce l’energia e l’originalità, la chiarezza e la profondità con le quali ha compreso il suo insegnamento e l’ha fedelmente seguito.

Un consiglio sperimentale. Fate pulizia di qualunque altra cosa abbiate letto e imparato a proposito di Francesco e sforzatevi di recuperarlo fresco e pulito, libero dalle incrostazioni erudite e dalle preoccupazioni dotte, così come ce lo hanno voluto tramandare dal loro emarginato recesso coloro che furono con lui. Non profanate queste nitide pagine con il faticoso untume della critica accademica. Qui si rende un omaggio leale a uomini che hanno vissuto la loro fede seguendo un altro uomo nel quale hanno creduto e l’immagine del quale hanno voluto tramandare intatta a chi non lo ha conosciuto. Come dice Chiara Mercuri, «una lampada resiste accesa». E non è poco, quando scende la notte.

fonte: Avvenire

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Annunciare la verità della risurrezione

Carissime Sorelle,
il Signore vi doni la sua pace!

Ogni anno all’avvicinarsi del mese di agosto mi chiedo che cosa il nostro padre san Francesco voglia che io dica a voi, che egli amava chiamare “Povere Dame”. Egli non ha mai bramato di predicare a voi, come ben sapete, perché si fidava del vostro impegno verso il Vangelo come pure della capacità di guida di Santa Chiara. Questa fiducia resta e io scrivo semplicemente cercando di condividere quanto ho nel cuore e nella mente. Anch’io vi scrivo da fratello premuroso, che valorizza il vostro impegno, che si fida della capacità di guida creativa e affidabile di Santa Chiara e che vuole unirsi a voi nell’onorare questa grande donna. Vorrei iniziare dalla lettera che il Santo Padre Francesco, il nostro papa gesuita-francescano, ha scritto per l’apertura del Giubileo straordinario della misericordia. In questa lettera ci ricorda la continua chiamata alla conversione offertaci dal Padre delle Misericordie. Questa risuona per noi nella descrizione che Santa Chiara ci ha lasciato della sua vocazione come illuminazione a fare penitenza sull’esempio e gli insegnamenti del nostro serafico padre san Francesco (RegCl 6,1). Ella è stata tanto fedele alla sua vocazione che anche in punto di morte ha potuto dire a frate Rinaldo: “Da quando ho conosciuto la grazia del Signore mio Gesù Cristo, nessuna pena mi è stata molesta, nessuna penitenza gravosa, nessuna infermità mi è stata dura, fratello carissimo!” (LegCl 44); ancora oggi la fonte dinamica della nostra vita, come seguaci di Francesco e Chiara, è la consapevolezza della grazia e della misericordia di Dio. 

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