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Il Signore ti dia pace!

Papa Francesco

Papa Francesco (37)

Categoria che raccoglie le omelie mattutine a Santa Marta, gli scritti e i discorsi di Papa Francesco

Il confessionale non è una tintoria, serve la vergogna del peccato

Essere perdonati e perdonare: un mistero difficile da capire. Servono preghiera, pentimento e vergogna. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha ribadito l’importanza di essere coscienti della meraviglia che Dio compie in noi con la sua misericordia, per poterla poi esercitare con gli altri e ha messo in guardia dall'ipocrisia di "rubare un finto perdono" nel confessionale.

Il perdono è un “mistero difficile da capire”. Il Papa svolge la sua omelia ripercorrendo la Parola del giorno con cui, dice, la Chiesa ci fa “entrare in questo mistero”, la grande “opera di misericordia di Dio”.

La grazia della vergogna, primo passo verso il mistero del perdono
E il “primo passo”, spiega Francesco, è la “vergogna” dei propri peccati, una “grazia” che non possiamo “ottenere da soli”. E’ capace di provarla il “popolo di Dio” triste e umiliato dalle sue colpe, come narra nella prima Lettura il profeta Daniele; mentre il protagonista del Vangelo di oggi non riesce a farlo. Si tratta del servo che il padrone perdona nonostante i grandi debiti, ma che a sua volta poi è incapace di perdonare i suoi debitori. “Non ha capito il mistero del perdono”, sottolinea Francesco, riportando i fedeli alla quotidianità: “Se io domando: ‘Ma tutti voi siete peccatori?’ – ‘Sì, padre, tutti’ –‘E per avere il perdono dei peccati?’- ‘Ci confessiamo’ – ‘E come vai a confessarti?’- ‘Ma, io vado, dico i miei peccati, il prete mi perdona, mi dà tre Ave Maria da pregare e poi torno in pace’. Tu non hai capito! Tu soltanto sei andato al confessionale a fare un’operazione bancaria a fare una pratica di ufficio. Tu non sei andato vergognato lì di quello che hai fatto. Hai visto alcune macchie nella tua coscienza e hai sbagliato perché hai creduto che il confessionale fosse una tintoria per chiudere le macchie. Sei stato incapace di vergognarti dei tuoi peccati”

Nel confessionale non rubare un perdono finto, ma essere coscienti della misericordia divina 
Dunque il perdono ricevuto da Dio, la “meraviglia che ha fatto nel tuo cuore” prosegue il Papa, deve poter “entrare nella coscienza”, altrimenti “esci, trovi un amico, un’amica e incominci a sparlare di un altro, e continui a peccare”. ”Soltanto io posso perdonare se mi sento perdonato”: “Se tu non hai coscienza di essere perdonato mai potrai perdonare, mai. Sempre c’è quell’atteggiamento di voler fare i conti con gli altri. Il perdono è totale. Ma soltanto si può fare quando io sento il mio peccato, mi vergogno, ho vergogna e chiedo il perdono a Dio e mi sento perdonato dal Padre e così posso perdonare. Se no, non si può perdonare, ne siamo incapaci. Per questo il perdono è un mistero”.

Il servo, protagonista del Vangelo, sottolinea ancora il Papa, ha la sensazione di “essersela cavata”, di essere stato “furbo”, invece non ha capito la "generosità del padrone". E quante volte, afferma Francesco, "uscendo dal confessionale sentiamo questo, sentiamo che ce la siamo cavata", questo non è ricevere il perdono, rimarca, ma è "l’ipocrisia di rubare un perdono, un perdono finto”:

Perdonare sempre e con generosità
“Chiediamo oggi al Signore la grazia di capire questo ‘settanta volte sette’. Chiediamo la grazia della vergogna davanti a Dio. E’ una grande grazia! Vergognarsi dei propri peccati e così ricevere il perdono e la grazia della generosità di darlo agli altri perché se il Signore mi ha perdonato tanto, chi sono io per non perdonare?”.

fonte: Avvenire

 

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Papa Francesco: la risurrezione è una realtà certa

"La nostra risurrezione e quella dei cari defunti non è una cosa che potrà avvenire oppure no, ma è una realtà certa, in quanto radicata nell'evento della risurrezione di Cristo". Sono queste le parole di Papa Francesco, pronunciate nella catechesi all'Udienza Generale di oggi. "Ogni volta che ci troviamo di fronte alla nostra morte, o a quella di una persona cara, sentiamo - ha rilevato - che la nostra fede viene messa alla prova"."Tutti abbiamo un pò di paura della morte, un uomo anziano mi ha detto: non ho paura della morte, ho un pò di paura di vederla venire", ha raccontato Francesco ai fedeli che gremivano l'Aula Nervi. "Davanti alla morte emergono - ha osservato - tutti i nostri dubbi, tutta la nostra fragilità, e ci chiediamo: 'Davvero ci sarà la vita dopo la morte? Potrò ancora vedere e riabbracciare le persone che ho amato?'. Questa domanda me l'ha fatta una signora durante un'udienza".

Papa Francesco: la speranza cristiana è qualcosa che è, non qualcosa che vogliamo

"Si dice - ha continuato Papa Francesco -'spero che domani faccia bel tempo', ma sappiamo che il giorno dopo può fare brutto tempo". Invece la speranza cristiana si basa sulla certezza che si realizzi: "C'è - ha esemplificato indicando la fine dell'Aula - la porta lì. Cosa debbo fare? Camminare verso la porta". In merito, il Pontefice ha citato il testo più antico del Nuovo Testamento, la Lettera di Paolo ai Tessalonicesi che spiega: "Dopo la morte per sempre saremo con il Signore. Gesù è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui". Secondo Francesco "queste parole sono sempre motivo di grande consolazione e di pace". "Anche noi, nel contesto attuale, abbiamo bisogno - ha scandito - di ritornare alla radice e alle fondamenta della nostra fede, così da prendere coscienza di quanto Dio ha operato per noi in Cristo Gesù". La speranza cristiana, insomma, è in "qualcosa che è, non in qualcosa che io voglia che sia". "Chiediamo allora al Signore - ha esortato infine - di educare il nostro cuore alla speranza nella risurrezione, cosìche possiamo imparare a vivere nell'attesa certa dell'incontro con Lui e con tutti i nostri cari".

Imparare la speranza dalle donne incinte e dai poveri

Quando una donna si accorge che è incinta, ogni giorno impara a vivere nell'attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Anche noi: dobbiamo imparare di queste attese umane e vivere nell'attesa di guardare il Signore, di trovare il Signore. E questo non è facile, ma si impara". Papa Francesco ha aggiunto a braccio queste parole alla catechesi preparata per l'Udienza Generale di oggi. "Questo però - ha spiegato - implica un cuore umile, povero. Solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sè e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in sè stesso". "Noi cristiani siamo uomini e donne di speranza", ma "quando si parla di speranza, possiamo essere portati - ha osservato il Papa - ad intenderla secondo l'accezione comune del termine, vale a dire in riferimento a qualcosa di bello che desideriamo, ma che può realizzarsi oppure no... La speranza cristiana non è così. La speranza cristiana è l'attesa di qualcosa che già è stato compiuto e che certamente si realizzerà per ciascuno di noi". "Sperare quindi - ha concluso il Papa - significa imparare a vivere nell'attesa".

Il Papa ai fedeli del Medio Oriente: non lasciatevi rubare la speranza

"Cari fratelli e sorelle, la speranza cristiana è una virtù umile e forte che ci sostiene e non ci fa annegare nelle tante difficoltà della vita; essa è fonte di gioia e dà pace al nostro cuore. Non lasciatevi rubare la speranza! Il Signore vi benedica!". Papa Francesco si è rivolto così in Aula Nervi "ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente".

fonte: Avvenire

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«La vita cristiana è lotta quotidiana contro le tentazioni»

Gesù e la folla. Nella Messa a Santa Marta, Papa Francesco si è soffermato sul brano del Vangelo del giorno che narra della grande folla che seguiva Gesù con entusiasmo e che veniva da tutte le parti. Lo scrive Alessandro Gisotti di Radio Vaticana. “Perché veniva questa folla?”, si domanda il Papa. Il Vangelo racconta che c’erano “ammalati che cercavano di guarire”. Ma c’erano anche persone a cui piaceva “sentire Gesù, perché parlava non come i loro dottori, ma parlava con autorità” e “questo toccava il cuore”. Questa folla “veniva spontaneamente”, ha commentato con amara ironia, “non la portavano nei bus, come abbiamo visto tante volte quando si organizzano manifestazioni e tanti devono andare lì per ‘verificare’ la presenza, per non perdere poi il posto di lavoro”.

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Papa Francesco all'udienza: fede è anche lottare con Dio

La speranza cristiana non è pia finzione che tutto vada bene. Il rapporto con Dio può essere lamentela e lotta. Da Padre qual è, Dio comprende l'insistenza dei figli. E non delude. Nell'udienza di stamani, in Aula Paolo VIpapa Francesco ha proseguito il ciclo di catechesi dedicato alla speranza. In particolare ha preso spunto dal brano del libro della Genesi su Abramo e sulla promessa di Dio di dargli numerosa discendenza, per quanto lui fosse anziano e la moglie sterile.

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Il cristiano sia sempre in cammino per fare il bene

I cristiani sentano sempre il bisogno di essere perdonati e siano in cammino verso l’incontro con Dio. È quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha tracciato un ritratto del buon cristiano che, ha detto, deve sempre sentire su di sé la benedizione del Signore e andare avanti per fare il bene.

“Il cristiano è benedetto dal Padre, da Dio”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia muovendo dal passo della Lettera di Paolo agli Efesini, contenuto nella Prima Lettura di oggi. Quindi, si è soffermato su quali siano i “tratti di questa benedizione” per un cristiano. Innanzitutto, ha osservato, “il cristiano è una persona scelta”.

Il Padre ci ha scelti uno ad uno, ci vuole bene e ci ha dato un nome

Dio ci chiama uno ad uno, “non come una moltitudine oceanica”. Noi, ha ribadito, siamo stati scelti, aspettati dal Padre: “Pensiamo ad una coppia, quando aspetta un bambino: ‘Come sarà? E come sarà il suo sorriso? E come parlerà?’ Ma io oso dire che anche noi, ognuno di noi, è stato sognato dal Padre come un papà e una mamma sognano il figlio che aspettano. E questo ti dà una sicurezza grande. Il Padre ha voluto te, non la massa di gente, no: te, te, te. Ognuno di noi. E’ il fondamento, è la base del nostro rapporto con Dio. Noi parliamo ad un Padre che ci vuole bene, che ci ha scelti, che ci ha dato un nome”.
Si capisce, ha detto ancora, quando un cristiano “non si sente scelto dal Padre”. Quando invece si sente di appartenere ad una comunità, rileva il Papa, “è come un tifoso di una squadra di calcio”. “Il tifoso – ha commentato – sceglie la squadra e appartiene alla squadra di calcio”.
 
Il vero cristiano sente sempre di aver bisogno del perdono di Dio
Il cristiano, dunque, “è uno scelto, è un sognato da Dio”. E quando viviamo così, ha soggiunto, “sentiamo nel cuore una grande consolazione”, non ci sentiamo “abbandonati”, non ci viene detto “arrangiati come puoi”. Il secondo tratto della benedizione del cristiano è il sentirsi perdonati. “Un uomo o una donna che non si sente perdonato”, ha ammonito, non è pienamente “cristiano”:
“Tutti noi siamo stati perdonati col prezzo del sangue di Cristo. Ma di che cosa io sono stato perdonato? Ma fa un po’ di memoria e ricorda un po’ le cose brutte che tu hai fatto, non quelle che ha fatto il tuo amico, il tuo vicino, la tua vicina: le tue. ‘Che cosa brutta io ho fatto nella vita?’ Il Signore ha perdonato queste cose. Ecco, sono benedetto, sono cristiano. Cioè, primo tratto: sono scelto, sognato da Dio, con un nome che Dio mi ha dato, amato da Dio. Secondo tratto: perdonato da Dio”.
 
Il cristiano non è mai fermo, ma sempre in cammino per fare il bene
Terzo tratto, ha proseguito Francesco: il cristiano “è un uomo e una donna in cammino verso la pienezza, verso l’incontro col Cristo che ci ha redento”: “Non si può capire un cristiano fermo. Il cristiano sempre deve andare avanti, deve camminare. Il cristiano fermo è quell’uomo che aveva ricevuto il talento e per paura della vita, per paura di perderlo, per paura del padrone, per paura o per comodità, ha sotterrato e lascia lì il talento, e lui è tranquillo e passa la vita senza andare. Il cristiano è un uomo in cammino, una donna in cammino, che fa sempre il bene, che cerca di fare il bene, di andare avanti”.
Questa, ha sintetizzato, è l’identità cristiana: “benedetti, perché scelti, perché perdonati e perché in cammino”. Noi, ha concluso, “non siamo anonimi, noi non siamo superbi”, tanto da non avere “bisogno del perdono”. Ancora, noi non siamo fermi”. “Che il Signore – è stata la sua invocazione – ci accompagni con questa grazia della benedizione che ci ha dato, cioè la benedizione della nostra identità cristiana”.
 
fonte: Avvenire
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Shimon Peres a Papa Francesco: Fondiamo l'ONU delle religioni

 Vi riproponiamo questa intervista esclusiva concessa a Famiglia Cristiana nel 2014, nella quale il Nobel per la pace 1994 spiega perché, dopo il fallimento della diplomazia internazionale, l'Onu delle religioni sia l'unica via per costruire la pace. E perché a presiederla dovrebbe essere proprio Francesco.

«In passato, la maggior parte delle guerre erano motivate dall’idea di nazione. Oggi, invece, le guerre vengono scatenate soprattutto con la scusa della religione. Nello stesso tempo, però, se mi guardo intorno noto una cosa: forse per la prima volta nella storia, il Santo Padre è un leader rispettato come tale non solo da tante persone ma anche dalle più diverse religioni e dai loro esponenti. Anzi: forse l’unico leader davvero rispettato. Per questo mi è venuta l’idea che ho proposto a papa Francesco…».

In questa intervista, concessa in esclusiva a Famiglia Cristiana nel 2014, Shimon Peres, protagonista della fondazione e poi della vita dello Stato di Israele di cui è stato presidente, premio Nobel per la Pace nel 1994 insieme con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, osserva e ricorda. 

Il Mediterraneo, oltre i vetri del Peres Peace Center che ha fondato a Giaffa dopo il Premio Nobel per la pace del 1994 (e che lancia un’infinità di progetti con Palestina, Giordania ed Egitto, tra cui la cura fin qui di 8 mila ragazzi palestinesi in ospedali israeliani), è un’esplosione di bellezza, ma è lo stesso mare su cui poco più a sud affaccia Gaza e poco più a nord il Libano.

«Ma ho fiducia», dice Peres, presidente di Israele fino al 24 luglio scorso. «Perché è stata la gente, con il suo talento e la sua devozione, a rendere benedetta questa terra, non il contrario. Tutto ciò che avevamo, all’inizio, erano 600 mila ebrei circondati da 40 milioni di arabi. Nel 1948 fummo attaccati da sette eserciti e andammo in guerra senza averne uno vero. Quando fondammo lo Stato, avevamo paludi al Nord e deserti al Sud, potevamo esportare solo moscerini e pietre. Non c’era acqua: due laghi, di cui uno è detto Mar Morto non a caso, e un fiume, il Giordano, che è sempre stato più ricco di santità che di acqua.

Le risorse naturali?

Scarse. Sognavamo di arrivare a un milione di persone e oggi siamo a otto».

Quanto ha contato la fede?

«Noi, qui, in Medio Oriente, abbiamo creato un Paese in cui tutti parlano la lingua della Bibbia. I siriani non parlano più l’aramaico, gli egiziani non sanno la lingua dei faraoni. Persino i greci usano un greco diverso da quello dei loro grandi antenati. Noi parliamo la stessa lingua, viviamo nella stessa terra, preghiamo lo stesso Dio, abbiamo la stessa visione, seguiamo gli stessi principi dell’epoca della Bibbia. Nei duemila anni in cui siamo stati esiliati, è stata la Torah a tenerci insieme. Anche Israele si basa sulla fede. Ma tutto ciò ci è costato moltissimo. Una volta papa Giovanni XXIII mi disse: “Abbiamo fatto lo stesso viaggio”. E io gli risposi: “Ma quanto era caro il nostro biglietto!”».

 

 

 

«Israele ha dimostrato che gli aggressori non sempre vincono, ma ha imparato che non sempre il vincitore ottiene la pace». Sono parole tratte dal suo discorso di accettazione del Nobel per la pace…

«Vero. Però siamo anche riusciti a fare due trattati di pace, con Giordania ed Egitto. È importante ricordarlo, perché bisogna ammettere che l’unico modo di vincere davvero è fare la pace. Una volta, quando le guerre erano scontri tra eserciti, si chiamava vittoria il prevalere dell’armata dell’uno su quella dell’altro. Ma oggi lottiamo contro centinaia, forse migliaia di movimenti terroristici che non solo non hanno un esercito ma nemmeno una proposta. Al massimo una protesta, e ognuna diversa da tutte le altre. Lo si vede bene in Medio Oriente: cresce il numero dei Paesi arabi che pensano che il problema non è Israele ma il terrorismo, che lacera Siria, Libia, Yemen, Iraq e Libano e di fronte al quale si sentono indifesi».

 

 

 

I terroristi dicono di agire in nome di Dio. E molti pensano che sia già in atto una guerra di religioni. Che cosa ne pensa?

«Certo, siamo passati da guerre motivate dall’idea di nazione, e combattute appunto da veri soldati, a guerre scatenate con la scusa della religione e combattute con il terrore. Dico “scusa” perché noto anche un’altra cosa: forse per la prima volta nella storia, il Santo Padre è un leader rispettato come tale non solo da tante persone ma anche dalle più diverse religioni e dai loro esponenti. Anzi: a livello globale, forse l’unico leader davvero rispettato da tutti. Per questo mi è venuta l’idea che ho proposto a papa Francesco…».

Quale idea?

«Per opporci a questa guerra del tutto nuova, nelle tecniche come nelle motivazioni, abbiamo l’Onu. È un organismo politico ma non ha né gli eserciti che avevano le nazioni né la convinzione che producono le religioni. E lo si vede bene: quando manda in Medio Oriente peacekeepers delle Isole Fiji o delle Filippine e questi vengono sequestrati dai terroristi, che può fare il segretario generale dell’Onu? Una bella  dichiarazione. Che non ha né la forza né l’efficacia di una qualunque omelia del Papa, che nella sola piazza San Pietro raduna mezzo milione di persone».

Però il Papa non può mettere in campo i caschi blu…

«Ma intervenire sul campo è relativamente facile, con o senza Onu. Il difficile è intervenire sulle motivazioni: sono quelle, più che le armi, a rendere così temibili i terroristi. E allora, se l’Onu ha fatto il suo tempo, ciò che ci serve è un’Organizzazione delle Religioni Unite, una Onu delle religioni. Sarebbe il modo migliore per contrastare e isolare chi uccide in nome della fede, perché la maggioranza delle persone nel mondo non è così: pratica la sua religione e non vuole uccidere nessuno. E dovrebbe esserci anche una Carta delle Religioni Unite, come c’è quella dell’Onu, per stabilire che sgozzare la gente o compiere eccidi di massa, come succede in queste settimane, non ha nulla a che vedere con la religione. È questo che ho proposto al Papa».

Lei vedrebbe bene papa Francesco alla guida delle Religioni Unite?

«Sì, per le ragioni che dicevo prima e anche perché lui comunque ci ha già provato, invitando Abu Mazen, il patriarca di Costantinopoli e me a pregare in Vaticano».

Ma c’è chi dice: a che serve pregare, con gli assassini?

«Se chi spara oggi sempre più spesso dice di farlo in nome di Dio, allora serve un’autorità morale condivisa che dica ad alta voce: no, Dio non lo vuole e non lo permette. Bisogna battersi contro la strumentalizzazione del nome di Dio. Chi può pensare che Dio sia un terrorista o un sostenitore del terrorismo? Chi fa la domanda che dice lei è uno che sottostima la forza dell’animo umano. Ma l’uomo è ben lungi dall’essere solo un insieme di carne e sangue».

Quindi, secondo lei, l’incontro in Vaticano ha dato frutti?

«Effetti profondi, anche se in parte ancora sotterranei. Prendiamo Abu Mazen: ero là accanto a lui e devo ammettere che è stato molto coraggioso quando ha parlato contro la guerra, contro rapimenti e omicidi, con parole che non saranno piaciute a tutti i palestinesi. Milioni di persone lo hanno visto succedere, è un seme piantato nei loro cuori. E senza seme non c’è albero».

fonte: Famiglia Cristiana

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Vincere la desolazione spirituale con la preghiera

Cosa succede nel nostro cuore quando veniamo presi dalla “desolazione spirituale”? È la domanda che Francesco pone nella Messa mattutina a Casa Santa Marta, incentrata sulla figura di Giobbe. Il Papa ha messo l’accento sull’importanza del silenzio e della preghiera per vincere i momenti più bui. Nell’occasione della memoria di San Vincenzo de Paoli, il Papa ha quindi offerto la Messa per le suore vincenziane, le Figlie della Carità, che presentano servizio a Casa Santa Marta. 

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La logica del cristiano? Quella del «dopodomani»

​La logica del cristiano è la “logica del dopodomani” che non si ferma al presente ma guarda con fiducia alla risurrezione della carne. E’ quanto affermato da Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha messo in guardia da una pietà spiritualistica, ripiegata sull'oggi. Il servizio di Alessandro Gisotti per la Radio Vaticana: 

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