Un'immagine dell'avvenimentoi «Lo spirito di Assisi»: l’espressione è di Giovanni Paolo II.

Dal 27 ottobre 1986 questo «spirito» si è diffuso un po’ ovunque, conserva la forza viva del momento in cui si è scaturito. Non farò il vecchio giardiniere. Ma, essendo stato testimone ammirato del suo germinare nel pensiero del Papa e artigiano privilegiato del suo sbocciare, oso affermare di aver sentito quel giorno battere il cuore del mondo. È bastato un breve incontro su una collina, qualche parola, qualche gesto, perché l’umanità straziata riscoprisse nella gioia l’unità delle sue origini.

Quando, alla fine di una grigia mattinata, l’arcobaleno è apparso nel cielo di Assisi, i capi religiosi riuniti dall’audacia profetica di uno di essi, Giovanni Paolo II, vi hanno scorto un richiamo pressante alla vita fraterna: nessuno poteva più dubitare che la preghiera avesse provocato quel segno manifesto dell’intesa tra Dio e i discendenti di Noè. Nella cattedrale di San Rufino, quando i responsabili delle Chiese cristiane si sono scambiati la pace, ho visto le lacrime su certi volti e non dei meno importanti.

Davanti alla basilica di San Francesco, dove, intirizzito dal freddo, ognuno alla fine sembrava serrarsi strettamente all’altro (Giovanni Paolo II era vicino al Dalai Lama), quando giovani ebrei si sono precipitati sulla tribuna per offrire rami di ulivo, in primo luogo ai musulmani, mi sono sorpreso ad asciugare le lacrime sul mio viso.

Se evoco con emozione quella giornata di Assisi è perché avevo condotto ostinatamente, tra Scilla e Cariddi, la sua laboriosa preparazione, con l’aiuto del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani e del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Non avevamo dietro di noi alcuna referenza storica, davanti a noi alcun punto di riferimento. Come dicono gli esegeti, l’incontro è stato una sorta di «hapax» e lo resterà senza dubbio, unico nella sua originalità ed esemplarità.{mosimage}

L’angoscia della pace tra gli uomini e tra i popoli ci spingeva «ad essere insieme per pregare ma non a pregare insieme» secondo l’espressione del Papa, la cui iniziativa, malgrado la sua preoccupazione di evitare ogni parvenza di sincretismo, non fu allora compresa da taluni che temevano di vedere diluirsi la loro specificità cristiana.

Assisi ha fatto fare alla Chiesa uno straordinario balzo in avanti verso le religioni non cristiane che ci apparivano vivere fino a quel momento in un altro pianeta nonostante l’insegnamento di Papa Paolo VI (nella sua prima enciclica «Ecclesiam suam») e del Concilio Vaticano II (la dichiarazione «Nostra aetate»). L’incontro, se non addirittura lo scontro delle religioni, è senza dubbio una delle sfide più grandi della nostra epoca, ancora più grande di quella dell’ateismo. Non ritorno mai da certi Paesi a prevalenza musulmana, buddista o induista, senza chiedermi con intensità: che cosa ha voluto fare Dio con Gesù Cristo quando vedo il cristianesimo così diminuito o anzi sempre più diminuire in proporzione, in un continente in piena esplosione demografica come l’Asia? Un tale interrogativo è salutare, poiché riguarda la questione fondamentale della salvezza; essa è la punta di diamante che santifica e fortifica le nostre ragioni di essere cristiani.

Assisi è stato il simbolo, la realizzazione di ciò che deve essere il compito della Chiesa, per vocazione propria in un mondo in stato flagrante di pluralismo religioso: professare l’unità del mistero della salvezza in Gesù Cristo. Quando Giovanni Paolo II ha cercato di riferire ai Cardinali e ai membri della Curia quanto era avvenuto ad Assisi ha pronunciato un discorso che mi sembra il più illuminante per la teologia delle religioni (22 dicembre 1986). Soffermandosi sul mistero di unità della famiglia umana fondato al tempo stesso sulla creazione e sulla redenzione in Gesù Cristo, egli ha detto: «Le differenze sono un elemento meno importante rispetto all’unità che, al contrario, è radicale, fondamentale e determinante». Assisi ha permesso così a uomini e a donne di testimoniare una esperienza autentica di Dio nel cuore delle loro religioni. «Ogni preghiera autentica — aggiungeva il Papa — è ispirata dallo Spirito Santo che è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo».

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