Tutti noi l’abbiamo provato, almeno una volta. C’è l’amico che ti manda un messaggio WhatsApp in piena notte, incurante del fatto che possa svegliarti. E c’è il furbetto «social» che ti «tagga» senza ragione in un post insieme ad altre 50 persone, sperando così di avere più diffusione.
C’è chi ti spedisce 30 foto in 30 messaggi e chi ti manda un file vocale di 2 minuti, senza pensare che magari lo ascolterei sui mezzi pubblici mentre sei circondato da decine di orecchie indiscrete. C’è chi invece su tram, metropolitana, autobus o treno non può fare a meno di telefonare a voce alta come fosse a casa propria.
La lista potrebbe essere molto più lunga. E ognuno ha la sua. Perché tutti noi siamo circondati da «maleducati digitali». Persone che sono talmente abituate ad usare smartphone, tablet, pc, social e app da avere dimenticato perfino le regole basilari del «galateo digitale».
Eppure la «netiquette» (unione del vocabolo inglese «network», rete, e di quello francese «étiquette», buona educazione) esiste dal 1995. Il documento RFC 1855 contiene «tutte le regole ufficialmente e universalmente riconosciute per un buon uso della Rete». Certo, alcune sono ormai datate. Ma molte sono ancora attuali e importanti.
Per esempio: «Le regole di comune cortesia per l’interazione tra persone dovrebbero essere valide in qualsiasi circostanza e su Internet è doppiamente importante poiché, per esempio, i gesti e il tono della voce devono essere immaginati». E ancora: «Rispettate il copyright del materiale che riproducete». Oppure: «Non spedite mai catene di S.Antonio via posta elettronica (social e WhatsApp, aggiungiamo noi)».
Nel capoverso denominato «Una buona regola generale» c’è un consiglio aureo: «Siate riflessivi in ciò che scrivete e tolleranti con ciò che ricevete». In pratica: pensate bene prima di scrivere e pensate bene prima di rispondere. E ancora: «Fate attenzione al sarcasmo. Ricordate che il destinatario delle vostre mail (messaggi o post social – ndr) è un essere umano con cultura, linguaggio e humor diversi dai vostri».
Per farsi capire meglio «è bene usare gli smiley (quelli che ormai chiamiamo emoticon, le cosiddette «faccine») per indicare il tono della voce, ma non date per scontato che il loro inserimento possa far dimenticare un commento offensivo».
Nel documento ci sono anche tanti consigli sulla brevità e sulla chiarezza dei messaggi così come sul «peso» dei file allegati, ma quello che trovo più azzeccato è: «prima di rispondere impulsivamente ad un messaggio dormiteci sopra».
Anche se era il 1995 gli autori della «netiquette» avevano già ben chiaro anche il problema delle falsificazioni. «Proprio come la posta (oggi) può non essere privata, questa (come le news) può essere oggetto di falsificazioni. Usate il buon senso prima di considerare un messaggio (o una news – ndr) attendibile».
Altra regola più che mai attuale. «Considerate che una audience vasta potrà leggere i vostri messaggi (e i vostri post sui social – ndr). Incluso il vostro attuale o futuro datore di lavoro. Siate prudenti su ciò che scrivete (e postate – ndr)».
Queste due regole mi piacciono molto: «Non fatevi coinvolgere in “guerre”»; e se partecipate a una discussione «su un determinato argomento, focalizzatevi sul contenuto piuttosto che sulle persone coinvolte».
Gran finale (pieno di buon senso): «Non pensiate che ogni informazione che trovate sia aggiornata e/o corretta. Ricordate che le nuove tecnologie permettono davvero a chiunque di pubblicare, ma non tutti sono consapevoli della responsabilità che questo comporta». E ancora: «Come in altri ambienti, è saggio “ascoltare” prima per comprendere al meglio».

fonte: Avvenire

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