La dimensione sororale, in una vita vissuta insieme seguendo i passi di Cristo povero e umile, è forse la novità più caratteristica di Chiara d’Assisi e delle donne che con lei condividono il cammino in San Damiano. Al di là del pregare insieme, di una vita povera simile a quella degli ultimi, dell’appassionata e silenziosa ricerca del volto di Dio nello spazio ristretto di un piccolo luogo, quello che colpisce accostandosi alla loro esperienza è il clima familiare e cordiale. Ma c’è di più: il rispetto, la stima reciproche sfociano in un fare insieme, inventare insieme lo stile del quotidiano, decidere insieme quello che è bene nell’obbedienza a Dio, nell’ascolto dello Spirito Santo alla luce del Vangelo. Si tratta di un «unico», rimasto prerogativa di San Damiano e forse dei pochi monasteri che sono riusciti ad abbracciare contemporaneamente la forma di vita che qui si è plasmata giorno dopo giorno. Chi nel cammino dei secoli ha voluto ridare vita alla Regola di santa Chiara (da lei chiamata forma di vita), raramente ha compreso il senso e la forza di questo vivere da sorelle e ancor meno ha cercato di attuarlo nelle mutate condizioni di vita. Alcuni casi esistono, a prova che è possibile riscrivere una pagina di sororità nel Quattrocento o addirittura nel Seicento. 

Anche oggi, dopo il ritorno alle origini promosso dal Vaticano II, quando la maggioranza dei monasteri ha abbracciato nuovamente la forma di vita di Chiara, questa dimensione essenziale per Chiara è difficile da comprendere e da vivere. Intanto nei nostri monasteri si parla spesso di fraternità e non di sororità, guardando lo stare insieme con modalità maschili e dimenticando lo specifico del nostro essere donne. Inoltre accade di accontentarsi di parlare di più, come se il moltiplicare le conversazioni rendesse più sorelle. In realtà è in gioco il fatto stesso di una convivenza tra sole donne, resa più stretta dall’abitare rinchiuse, che si porta dentro tanti condizionamenti del passato, legati allo stato di inferiorità atavico, dal quale si pensa di essersi liberate. In realtà il timore di venire sottomesse genera inconscia diffidenza reciproca. Per sentirci responsabili personalmente del cammino di tutte, al di là dei ruoli che sono servizi, ed esprimere liberamente quello che lo Spirito suggerisce per costruire insieme il cammino della sororità, abbiamo bisogno di stare bene nel Signore, di essere contente di rispondere alla chiamata con tutte le nostre caratteristiche femminili, di liberarci da ogni forma di confronto.  

Per questo ci viene incontro la scelta di povertà che è indissolubilmente unita a quella dell’unità della scambievole carità. Il cammino di ogni giorno chiede di continuare a lasciare da parte quello che si cerca per se stesse, entrando sempre più nella dinamica del dono, che ci pone nella sequela di Cristo proprio come donne. La gratuità, il mettere la sorella, il fratello, prima di noi, il lasciar perdere quello che preferiamo per venire incontro all’altra, la rinuncia a tutto quello che offusca l’amore, il prendersi cura che è dono di sé, con tante altre sfumature nei gesti e negli atteggiamenti, sono caratteristiche tipiche della donna, risplendenti in Maria, e nello stesso tempo appartengono all’altissima povertà che abbiamo abbracciato. Lo Spirito del Signore ci ha chiamato a una vita che traduca concretamente la radicalità evangelica, che comporta il non cercare il proprio piacere e comodità, chiede di lasciare perdere tutto quanto è contro l’amore, contro Dio e di conseguenza contro la sorella, il fratello. Il lasciarsi continuamente spogliare non genera tristezza, ma gioia, perché è esigenza dell’amore, che conserva nella consapevolezza di possedere tutto in Colui che è Tutto il Bene. La pace profonda, che il Signore dona, apre gli occhi a vedere la bellezza dell’immagine di Dio nella sorella, nel fratello, allarga il cuore al rispetto, all’accoglienza, all’ascolto. Allora si diventa capaci non solo di prendersi cura del bisogno dell’altra, ma soprattutto di ascoltare il suo cuore al di là delle parole, di accogliere il messaggio che trasmette facendo comunione nell’ascolto della Parola, nel desiderio di attuarla insieme, oggi.  

La preoccupazione per la propria realizzazione personale è molto accentuata nel nostro tempo, ma non esiste modo migliore per raggiungerla del non occuparsene affatto, perché la mente, il cuore, le energie sono interamente impegnate nel cercare il Signore, nel servirlo nelle sorelle e nei fratelli: è proprio donandoci che raggiungiamo la piena statura di Cristo in noi. Quando ogni sorella, scoprendosi fragile e soggetta a cadere sulla via della gratuità, pone tutta la propria debolezza nella misericordia del Signore diventando a sua volta capace di misericordia verso le sorelle e i fratelli, si respira quel clima di sororità in cui il bene emerge dall’agire insieme, in una sintonia quasi palpabile. Allora le riunioni capitolari sono momenti bellissimi di ascolto dello Spirito, che parla in ogni sorella e rende capaci di fare armonia tra le diverse intuizioni di ciascuna. Così le decisioni prese non sono frutto di una maggioranza numerica, ma di una concordia profonda. Nessuna potrà dire: si è deciso quello che volevo, o il contrario di quello che volevo, perché il passo che si è scelto di compiere è allo stesso tempo diverso dal pensiero singolo e capace di contenerli tutti. Vuol dire che lo Spirito Santo ha potuto agire dentro la libertà di ciascuna.  

Questo è il senso della sororità generata proprio dalla santa operazione dello Spirito, ed è quello che sopra tutto dobbiamo desiderare secondo Francesco e Chiara. In questo nostro tempo, in cui le relazioni sono spesso faticose, lo Spirito ci chiama come donne, come cristiane, come sorelle povere a rendere testimonianza della sororità secondo il Vangelo. E questo in vista del sogno possibile che le donne, consapevoli della propria dignità e della bellezza di essere donne, si lascino condurre dallo Spirito sulla via della sororità, aiutando gli uomini a vivere da fratelli, a rispettare e ascoltare la voce della donna. Così i semi del Regno dei cieli possono portare frutto nel campo del mondo perché si realizza la beatitudine dei poveri.

[di Suor Chiara Giovanna Cremaschi su Aleteia]

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