Confessiamolo. È difficile per ciascuno di noi sfuggire al “complesso del primo della classe”. Che è poi quel sentimento che ci fa sentire un po’, o tanto, superiori alla “donnetta” o all'”omino” che consideriamo ignoranti, a tutti quelli che “non sono come noi”, e anche a chi non ha una fede consapevole come noi consideriamo la nostra: salda, matura, adulta. E no, non si parla qui solo, o non solo, di chi si impanca a giudice di tutto e tutti, ma di ciascuno di noi, per i quali quella tentazione è sempre in agguato. Ce lo ha detto Francesco domenica scorsa, nella Messa conclusiva del Sinodo per l’Amazzonia, partendo dalla parabola del fariseo e del pubblicano. Tutti e due pregano Dio, ma il primo, «traboccante della propria sicurezza, della propria capacità di osservare i comandamenti, dei propri meriti e delle proprie virtù… centrato solo su di sé» e «senza amore», dimentica Dio e dimentica il prossimo. «Anzi, lo disprezza», ha precisato il Papa, in quanto pratica quella «religione dell’io» che anche «tanti cristiani, cattolici» seguono. «Quante volte chi sta davanti, come il fariseo rispetto al pubblicano, innalza muri per aumentare le distanze, rendendo gli altri ancora più scarti. Oppure, ritenendoli arretrati e di poco valore, ne disprezza le tradizioni, ne cancella le storie, ne occupa i territori, ne usurpa i beni. Quante presunte superiorità, che si tramutano in oppressioni e sfruttamenti, anche oggi!».

Se l’Amazzonia e i suoi popoli nativi possono essere considerati il paradigma di questo disprezzo, di questa costante derisione degli ultimi, non bisogna mai dimenticare che, alla fine, c’è un po’ di Amazzonia ovunque. Infatti, secondo il modo di vedere del fariseo gli indigeni, come i malati e gli anziani, come i bambini e le donne, sono i loipoi, ossia “i rimanenti, i restanti”. «Sono, cioè, “rimanenze”, scarti da cui prendere le distanze. Quante volte vediamo questa dinamica in atto nella vita e nella storia! Gli errori del passato non son bastati per smettere di saccheggiare gli altri e di infliggere ferite ai nostri fratelli e alla nostra sorella terra: l’abbiamo visto nel volto sfregiato dell’Amazzonia. La religione dell’io continua, ipocrita con i suoi riti e le sue “preghiere”, dimentica del vero culto a Dio, che passa sempre attraverso l’amore del prossimo». Parlando, nel 2006, dell’apostolo Matteo, Benedetto XVI ne mise in risalto il profilo di «pubblico peccatore» e, richiamando la medesima parabola commentata domenica da Bergoglio, mise in risalto come in essa «Gesù. indica addirittura un anonimo pubblicano come esempio apprezzabile di umile fiducia nella misericordia divina: mentre il fariseo si vanta della propria perfezione morale, “il pubblicano… non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore'”. E Gesù commenta: “Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato”. Nella figura di Matteo, dunque – concludeva Ratzinger – i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza». A Dio infatti, ha spiegato Francesco, piace la preghiera del pubblicano, che «si riconosce povero davanti a Dio», e il Signore «ascolta la sua preghiera, fatta di sole sette parole ma di atteggiamenti veri», il suo mantenersi a distanza, il battersi il petto, il non alzare gli occhi al cielo. Perché «pregare è lasciarsi guardare dentro da Dio senza finzioni, senza scuse, senza giustificazioni». Siamo tutti imperfetti e peccatori, non dimentichiamo questa realtà. Mai. Non proviamo a sfidare Dio.

[fonte: Avvenire]

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