Può, la forza dell’amore, vincere lo spirito dei giorni? E quando questo non accade, che cosa succede? Nella diocesi di Fossano (Cuneo), con spirito pionieristico, hanno lanciato nel 2009 il progetto L’anello perduto.

Il Sinodo sulla famiglia era di là da venire, e la chiesa locale si poneva il problema di accompagnare concretamente i protagonisti del naufragio di quel patto d’amore di cui la fede nuziale che dà il titolo all’iniziativa è un simbolo alto. «Riuscire a togliersela dal dito quando il matrimonio è finito è stato difficilissimo», racconta Franca, 59 anni, due figli di 28 e 23. Il suo ex marito per andare con un’altra l’ha abbandonata tre anni fa alla vigilia di Natale dopo trentadue anni di matrimonio. «Facevo fatica ad alzarmi dal letto, mi assaliva la malinconia del tempo felice vissuto insieme», racconta. Poi in parrocchia incrocia lo sguardo di Paolo Tassinari, il diacono permanente a cui è affidato il progetto. «Ho iniziato un cammino duro», spiega «ho trovato persone che hanno fasciato le mie ferite ma mi hanno anche strattonata a reagire».

Ora nel gruppo ci sono dieci coppie in nuova unione e venticinque persone separate o divorziate sole. «L’anello perduto», precisa Tassinari, «interviene quando il matrimonio è irrimediabilmente finito. All’inizio non avevamo un canovaccio ma solo il coraggio di osare il nuovo anche a costo di cadere e farci male. È lo stile dal Vangelo: non la fortezza ma il libero campo dove seminare fiduciosi». Da diocesano il progetto è diventato interdiocesano e coinvolge gli uffici famiglia di Fossano, Cuneo, Mondovì e Saluzzo. Nel frattempo, è arrivata la benedizione di Papa Francesco che il 6 aprile scorso ha invitato il gruppo all’udienza generale in piazza San Pietro e ha posato con loro in una foto ricordo sul sagrato di piazza San Pietro.
Ascoltando le storie, scorgendo i volti ci si accorge che nulla è automatico. «Il lavoro del perdono», ha scritto lo psicanalista Massimo Recalcati, «è un lavoro che esige tempo: la memoria dell’offesa del tradimento del partner viene attraversata e riattraversata al fine di raggiungere un punto di oblio che rende possibile un nuovo inizio». Un po’ come il lutto ma lì il soggetto è morto, qui è vivo. O meglio, è morto e vivo allo stesso tempo con il carico di relazione che bisogna mantenere con l’ex partner quando ci sono di mezzo i figli. «Il mio», dice Franca, «riconosce che suo padre ha sbagliato ma mi dice: “È sempre mio padre”. Non lo biasimo, è giusto così».

Un gruppo di persone che segue il progetto

Un gruppo di persone che segue il progetto

«PIÙ CHE IL MIO EX MARITO CHE MI AVEVA TRADITA NON PERDONAVO ME STESSA»

Bruno, artigiano di 48 anni, di Bernezzo, è stato abbandonato dalla moglie dopo dodici anni di matrimonio: «Sono andato dal mio parroco e gli ho detto di aiutarmi a restare in piedi, nel consultorio familiare di Cuneo ho conosciuto il progetto de L’anello perduto  e ora sono qui. Il cammino è ancora lungo ma la preghiera, i consigli dei mediatori familiari e il confronto con le esperienze degli altri mi aiutano». 
Erica
, 40 anni, insegnante di religione a Cuneo, si è sposata nel ’99. Nel 2004 è nato Matteo e nel 2009 arriva la separazione perché l’ex marito se ne va con un’altra. «Mi sentivo una fallita in tutti i sensi», dice, «più che il mio ex marito facevo fatica a perdonare me stessa per non essere riuscita a dare a mio figlio la famiglia che meritava». E in parrocchia? «Non mi sentivo lontana ma neanche accolta. Da insegnante di religione ho avuto diversi veti e limitazioni. Abbiamo fatto un weekend di riflessione sul perdono con la dottoressa Garello e ho cambiato prospettiva di guardare alla fine del mio matrimonio».

Ornella e Paolo
 sono sposati da 31 anni. Lei in prima unione, lui reduce da un divorzio. Hanno tre figli, tutti animatori nella parrocchia Spirito Santo di Fossano. «Grazie a mia moglie mi sono riavvicinato alla chiesa», racconta lui, «insieme abbiamo fatto gli educatori dei giovani e il prete ci dava la comunione solo in occasione dei campi estivi». Ornella, ex Azione cattolica, dopo le aperture del Papa è più fiduciosa: «La cosa che mi fa più male è non poter accedere alla Confessione e fare da madrina. Il divieto della comunione l’ho accettato anche se nelle occasioni come la cresima dei miei figli mi ha fatto male non poterla fare». L’atteggiamento del Papa? «È stato una conferma dell’accoglienza e vicinanza sperimentata qui in diocesi», dicono. Marinella e Gigi, divorziati entrambi, si sono conosciuti nel 2001 al gruppo di Taizé. Nel 2008 si sono risposati. «Ho vissuto momenti difficili», dice lei, «soffrivo per non poter fare la Comunione. Credo che nel nostro incontro ci sia lo zampino di Dio».

Il diacono Paolo Tassinari, coordinatore del progetto

Il diacono Paolo Tassinari, coordinatore del progetto

«AMORIS LAETITIA INSEGNA CHE LE PERSONE NON SONO CASI CUI APPLICARE UNA LEGGE UNIVERSALE»

Mentre chiacchieriamo, sul tavolo c’è una copia di Amoris laetitia, l’esortazione con cui papa Francesco ha tirato le file del doppio Sinodo sulla famiglia dove la questione dei divorziati risposati è stata al centro del dibattito anche mediatico. «Il Papa», è la riflessione di Tassinari, «con questo documento ci dice che le persone non sono casi particolari di una legge universale da applicare meccanicamente. Dobbiamo guardarle in faccia e tendergli la mano. La strada è ardua ma non impossibile».

Un aspetto trascurato, secondo Tassinari, è la formazione degli operatori pastorali per accompagnare i separati soli. «Sono persone che spesso si sentono fallite, sporche addirittura come mi scrivono alcuni, perché si attribuiscono la colpa per il fallimento del matrimonio», dice il diacono, «ecco perché è necessario formare operatori che accompagnino persone separate o divorziate che non hanno avviato una nuova unione a costruire una buona relazione, e offrano loro gli strumenti necessari per rileggere la propria storia alla luce del Vangelo».
E aggiunge: «C’è un brutto pregiudizio nel mondo cattolico. Si pensa, cioè, che una nuova unione risolverebbe automaticamente la crisi di una persona separata sola, che finalmente “si ricostruirebbe una vita”. Niente di più sbagliato. Di automatico non c’è nulla, ed è molto più complicato far funzionare il matrimonio di due persone con un divorzio alle spalle, con tutto ciò che per loro ha voluto dire, rispetto a due persone che si sposano, diciamo, per la prima volta».
Per Tassinari il centro di Amoris laetitia non sono «i sacramenti che pure sono una parte rilevante».
La prospettiva va cambiata: «Al centro di questo documento c’è la compagnia della Chiesa che deve diventare concreta e benevola sempre, e rivolta sia ai separati e divorziati soli, sia alle coppie in nuova unione».

fonte: Famiglia Cristiana

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