Lo ha detto Francesco nella celebrazione eucaristica che ha chiuso il Giubileo dei sacerdoti. Bergoglio ha ricordato che non a caso si parla di «pastore» e non di «ispettore» del gregge, e che il pastore «si dedica alla missione non al cinquanta o al sessanta per cento, ma con tutto sé stesso». Note di cronaca e una riflessione di Fabio Zavattaro, vaticanista del Tg1.

Cercare, includere, gioire. Tre verbi, tre azioni che papa Francesco consegna ai sacerdoti a conclusione del loro Giubileo, nella celebrazione conclusiva in piazza San Pietro. Tre verbi che fanno sintesi delle parole di Francesco ai preti, e che hanno una domanda iniziale alla quale bisogna rispondere: “In mezzo a tante attività permane la domanda: dov’è fisso il mio cuore, dove punta, qual è il tesoro che cerca?”. Un cuore, afferma il Papa, che deve “essere trafitto dall’amore del Signore”: non un “cuore ballerino che si lascia attrarre dalla suggestione del momento o che va di qua e di là in cerca di consensi e di piccole soddisfazioni”; ma un cuore saldo nel Signore, “aperto e disponibile ai fratelli”.

L’immagine è quella del buon pastore che va a cercare – ecco il primo verbo che Francesco consegna ai sacerdoti – la pecora smarrita: “senza farsi spaventare dai rischi; senza remore si avventura fuori dei luoghi del pascolo e fuori degli orari di lavoro”. Nella sue riflessioni tenute nelle tre basiliche romane e in modo particolare nella terza a San Paolo fuori le mura, il Papa ha più volte messo l’accento sulla disponibilità all’ascolto, anche se questo costa fatica: ha raccontato di aver conosciuto sacerdoti “che, quando non c’era la segreteria telefonica, dormivano con il telefono sul comodino, e nessuno moriva senza i sacramenti; chiamavano a qualsiasi ora, e loro si alzavano e andavano”. È l’immagine del buon pastore, il cui cuore “è inquieto finché non ritrova quell’unica pecora smarrita”; e una volta ritrovata “dimentica la fatica e se la carica sulle spalle tutto contento”.

Lo ripete nella sua omelia in piazza San Pietro: il cuore del pastore “non privatizza i tempi e gli spazi, non è geloso della sua legittima tranquillità, e mai pretende di non essere disturbato”. Ancora, ha il cuore libero e “non vive rendicontando quello che ha e le ore di servizio; non è un ragioniere dello spirito, ma un buon Samaritano in cerca di chi ha bisogno”. Il prete per Francesco è un “ostinato nel bene”, non solo tiene le porte aperte “ma esce in cerca di chi per la porta non vuole più entrare”.

Includere è il secondo verbo che Francesco consegna ai preti: nessuno deve essere estraneo, è “unto per il popolo, non per scegliere i propri progetti, ma per essere vicino alla gente”. Includere significa accogliere senza distinzioni, senza disprezzare nessuno, ed essere pronto a sporcarsi le mani per tutti: “il buon pastore non conosce i guanti”. Di più, “non si aspetta i saluti e i complimenti degli altri, ma per primo offre la mano, rigettando i pettegolezzi, i giudizi e i veleni”… “Non sgrida chi lascia o smarrisce la strada”. Al convegno ecclesiale di Firenze, Francesco tirò fuori la figura di don Camillo e disse: “mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: ‘sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro’. Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte”.

Infine il terzo verbo gioire. La gioia del sacerdote nasce “dal perdono, dalla vita che risorge, dal figlio che respira di nuovo l’aria di casa”. Non è una “gioia per sé, ma è una gioia per gli altri e con gli altri”. Tre verbi che si possono combinare bene con i tre verbi che pronunciò nella Cappella Sistina il giorno dopo la sua elezione: camminare, edificare, confessare. A ben guardare già allora c’era in nuce tutto questo; Francesco disse che “nel camminare, nel costruire, nel confessare, a volte ci sono scosse, ci sono movimenti che non sono proprio movimenti di cammino, ma che ci tirano indietro”. Ma il pastore non ha paura: “la tristezza per lui non è normale, ma solo passeggera; la durezza gli è estranea, perché è pastore secondo il cuore mite di Dio”. Con pazienza “ascolta i problemi e accompagna i passi delle persone”.

fonte: Famiglia Cristiana

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